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Mercato del caffè: la ricerca dell’Università di Sassari

“Una sintesi dei risultati della prima fase di indagine. Operatori invitati a partecipare, compilando un questionario”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, febbraio 2018, autore Ester Pinna Componente del gruppo di ricerca • 

Una ricostruzione del profilo dell’industria del caffè in Italia non risulta semplice a causa della frammentarietà del settore che spesso rende difficoltoso il reperimento di dati.
Per meglio indagare la realtà attuale del mercato la dottoressa Silvia Battino del Dipartimento di Scienze economiche e aziendali (DiSea) dell’Università di Sassari, ha dato il via a partire dall’aprile scorso, ad un progetto di ricerca, a cui collaboro assieme al professor Carlo Donato e alla dottoressa Alessandra Gambella.
L’indagine, che è ancora in atto, ha visto una prima fase in cui sono stati indagati i dati relativi alle società europee, di persone e di capitale, che rispondono al codice NACE Rev. 2 – 1082 “Processing of tea and coffee”, avvalendosi della Banca dati fattuale Amadeus. Per questo scopo sono stati presi in considerazione insiemi di imprese che caratterizzano unità territoriali statistiche Eurostat (NUTS1 per l’Europa e NUTS3 per l’Italia) sulla base del “fatturato”, del “margine operativo lordo” e della “redditività del capitale proprio”. A questo stadio esplorativo si può, per ora, evidenziare quanto segue. La lavorazione del caffè è sempre più finalizzata ad un prodotto finito variegato nelle sue tipologie e nelle sue valenze qualitative.
Ciò giustifica l’importanza economica della torrefazione nell’ambito della catena globale del valore del caffè e si evidenzia negli importanti fatturati denunciati, a livello europeo, in diversi Paesi che, altresì, si rilevano sia considerevoli consumatori, sempre più attratti dal prodotto di nicchia, sia esportatori del prodotto finito, come, ad esempio, nel caso di Italia, Regno Unito e Paesi Bassi.
Micro e piccole aziende caratterizzano questo universo imprenditoriale del Vecchio Continente e la presenza di fatturati dai valori particolarmente elevati sono giustificati dalla localizzazione in determinate macroregioni europee (NL3 – Western Netherlands, ITC – Northwest, ITH – Northeast, UKH East) di alcune medie e grandi imprese che si rilevano anche per la loro vocazione produttiva internazionale.
Un giro di affari notevole che premia essenzialmente i ventotto Paesi, compreso il Regno Unito, facenti capo all’Unione Europea.
Le imprese in questione denunciano, sostanzialmente, una buona performance economica: ogni loro insieme statale evidenzia un Margine Operativo Lordo (MOL%) positivo a cui, però, non sempre fa riscontro un altrettanto, positivo od elevato, rendimento dell’investimento di rischio (Return on equity – ROE%).
Quest’ultimo indicatore sembra favorire Paesi quali Norvegia, Germania, Austria e alcuni altri dell’Europa orientale più recentemente entrati nella UE e maggiormente interessati a forme di modernizzazione industriale.
L’Italia emerge particolarmente nell’ambito di questo settore produttivo con un elevato fatturato (3,3 miliardi di euro nel 2015) che la pone ai primi posti non solo a livello europeo, ma anche a quello mondiale. Il caffè prodotto, nelle sue diverse conformazioni e normalmente garantito nella qualità, non è solamente destinato al mercato di consumo interno, ma è, altresì, rivolto a quello estero. Infatti, degli 8,7 milioni di sacchi lavorati (equivalenti caffè verde = 60kg) dalle torrefazioni italiane ben 3,4 di questi sono esportati per un introito relativo alle vendite, sempre nel 2015, di circa 1,2 miliardi di euro.
Le esportazioni sono assorbite per il 60% dai Paesi dell’Unione Europea fra i quali emergono Austria, Francia e Germania. Il rimanente 40% è storicamente destinato a Paesi extra comunitari come Australia, Canada, Russia, Stati uniti e Svizzera, mentre più recente è l’acquisizione di mercati dell’Europa Orientale, della Cina, di Israele e della Repubblica di Corea.
I criteri localizzativi delle imprese di torrefazione, benché nel tempo si siano tra loro “fusi” e spesso “confusi”, si riconducono certamente alla storia della bevanda, alla geografia dei sistemi portuali e dei nodi di traffico ed alla minore o maggiore ampiezza dei mercati di consumo.
Infatti, per quanto presenti su tutto il territorio nazionale queste industrie sono in maggior misura ubicate, circa il 50%, nell’Italia Settentrionale, dove, altresì si collocano le unità produttive di più ampia dimensione e con i maggiori fatturati quali, ad esempio, Segafredo, Lavazza e Illy.
Alti ricavi dalle vendite si riscontrano, così, proprio in diversi NUTS3 settentrionali a cui si aggiungono quelli di Roma e Napoli dove il prevalere di micro e piccole aziende è compensato dalla numerosità delle stesse.
Infine, la capacità aziendale di generare margini positivi dalla gestione operativa in rapporto alle vendite (MOL%) ed al Return on equity (ROE%), sempre al 2015, in realtà non sembra premiare le provincie (NUTS3) che denunciano sia i massimi fatturati, sia la presenza di imprese di medie e grandi dimensioni, anche dotate di un proprio marchio.
Ciò trova conferma anche nell’analisi evolutiva condotta tra il 2010 e il 2015 dei tre indicatori qui proposti (fatturato, MOL%, ROE%), quasi a testimoniare maggiori performance economiche temporali da attribuire ad aziende di più contenute dimensioni.

La seconda parte della ricerca, cominciata con l’invio di questionari, inizierà fattivamente al seguito del recupero degli stessi. Il questionario è rivolto a tutti gli addetti di settore che possono in questo modo contribuire a mettere luce sulle peculiarità dello stesso. Da questo link https://www.sondaggio-online.com/s/disea è possibile accedere al questionario, compilabile entro il 28 febbraio 2018.

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