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Monografie “EL SALVADOR”

MEMBRO ICO codice n. 9 Gruppo “altri dolci”
SPECIE BOTANICHE quasi esclusivamente Arabica lavati
SACCHI da 69 kg in juta (tara 0,5 kg)
FIORITURA da febbraio a maggio
RACCOLTO da ottobre a marzo
ESPORTAZIONE da dicembre ad agosto
PORTI DI IMBARCO Santo Tomas de Castilla (Guetemala) per la costa atlantica e Acajutua per la costa pacifica
METODO DI RACCOLTA hand-picking (selezione manuale)
PRODUZIONE ANNUA 2016/2017: 740*
* (x 1000 sacchi, fonte ICO, anno raccolto da ottobre a settembre)

 

https://commons.wikimedia.org Rainforest Alliance credit: Robert Goodier

 

Dalla Martinica francese le prime piante di caffè giunsero e si diffusero in El Salvador intorno al 1740. La coltivazione in principio fu riservata esclusivamente a soddisfare il consumo domestico, ma il suo potenziale economico fu presto evidente ed il governo promosse delle iniziative per favorirne la produzione.
I maggiori interventi furono prodotti a livello legislativo, attraverso l’esenzione delle imposte per i produttori, l’esonero del servizio militare per i braccianti e l’eliminazione del dazio per i nuovi coltivatori.
I grossi profitti derivanti dalla coltivazione di caffè unitamente al crollo della domanda di Indigofera, fino ad allora la materia prima su cui poggiava l’economia salvadoregna, contribuirono al successo e alla diffusione massiccia delle piantagioni nel Paese, al punto tale che nel 1880 il caffè diventò la principale materia prima esportata da El Salvador.
Dal 1880 al 1912 le esportazioni di caffè aumentarono del 1100% e tra il 1920 e il 1930 rappresentarono il 90% delle esportazioni totali; questo periodo viene infatti denominato “Repubblica del Caffè”
Al contrario di quanto accadde per il Guatemala e il Costa Rica, l’industria caffeicola salvadoregna non godette di supporti esterni dal punto di vista finanziario o tecnico. La coltivazione del caffè divenne quindi esclusiva di un’oligarchia aristocratica che col passare del tempo espanse la propria sfera di influenza anche a livello politico e militare, a danno dei braccianti, che col tempo diventarono un proletariato agricolo alle dipendenze dei baroni del caffè.
L’economia de El Salvador poggiava dunque più di ogni altro paese del Centro America sul settore caffeicolo e gli ingenti profitti derivanti da esso nel periodo produttivo più florido permisero la realizzazione di investimenti importanti, soprattutto nelle infrastrutture.
Questa forte dipendenza, però, generò un effetto boomerang nei momenti di forte crisi dei prezzi che colpì questo settore nel corso del ’900. Gli effetti furono devastanti e condussero alla rivolta popolare del 1932, conosciuta come “La Matanza” dato l’elevato numero di vittime, e successivamente alla guerra civile del 1980.
Questi eventi scoraggiarono nuovi investimenti e portarono inevitabilmente ad un crollo dal punto di vista produttivo che dalla quarta posizione a livello mondiale del 1979 scese rapidamente fino ad arrivare alla quattordicesima attuale, costituendo solo il 3,5% del PIL.

 

ASSOCIAZIONE CAFFÈ ITZALCO

Tra il 1994 e il 1997 la Comunità Europea e il CSC (Consejo Salvadoregno del Cafè) diedero vita al progetto Itzalco, un’associazione di produttori ed esportatori il cui scopo è la promozione di caffè speciali de El Salvador.
Quando ritroverete il marchio Itzalco, saprete che si tratta di un prodotto superbo corrispondente a standard qualitativi molto rigorosi e coltivato all’ombra nel pieno rispetto dell’ambiente circostante.

https://creativecommons.org The Cockroach

 

 

SALVADOR SHG PREMIUM EP

LAVORAZIONE: lavato (tra 8 e 15 ore di fermentazione)
ZONA DI PRODUZIONE: Santa Ana
ALTITUDINE: 1400 m
CRIVELLO: superiore al 16
COLORE: verde brillante
DIFETTI: massimo 6 in 300gr
VARIETÀ: Pacas e Bourbon
TAZZA. Acidità fine molto gradevole, colpisce per l’aromaticità fruttata e floreale
MISCELA. Da apprezzare come mono-origine in tutta la sua complessità, questa qualità è indicata soprattutto per miscele di alta qualità con elevata percentuale di Arabica. Da usare in percentuale non superiore al 12-15%.

 

Rubrica a cura di
Alberto Polojac

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