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Idrocarburi negli imballaggi alimentari

“Cosa sono i Mosh e Moah e dove si trovano”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, novembre 2017, autore Susanna de Mottoni • 

Spesso ignorati o poco conosciuti, sono invece sostanze potenzialmente dannose che si ritrovano anche negli alimenti. Da alcuni anni la comunità per la sicurezza alimentare ha iniziato lo studio dei Mosh e Moha per capirne i reali effetti. Marco Valerio Francone, professionista specializzato nel settore alimentare, approfondisce questo tema.

Mosh e Moah cosa sono?

I MOHA e i MOSH sono due categorie di MO o “Mineral Oil” ovvero gli olii di origine minerale e nello specifico quelli provenienti dal mondo degli idrocarburi.
I MOSH o Mineral Oil Saturated Hydrocarbons rappresentano la categoria degli idrocarburi alifatici saturi e sono tipicamente composti da alcani lineari e ramificati e da cicloalcani achil-sostituiti.
I MOAH o Mineral Oil Aromatic Hydrocarbons rappresentano invece la categoria degli idrocarburi che possiedono da 1 a 4 anelli aromatici.
I MOAH sono un gruppo molto più ampio e complesso rispetto ai MOSH ma includono principalmente idrocarburi poliaromatici alchilsostituiti.

Sono pericolosi per la salute?

Gli studi principali sui MO tra cui anche MOHA e MOSH si sono concentrati sostanzialmente sui MOCA ovvero i Materiali e Oggetti destinati a venire a Contatto con gli Alimenti.
I risultati di queste valutazioni non hanno dimostrato una correlazione diretta fra MO e rischi per la salute. L’E.F.S.A. (European Food Safety Agency) sta effettuando da alcuni anni un monitoraggio sulla presenza di MO e sulla relativa tossicologia verso il corpo umano al fine di emanare un parare ufficiale e successivamente forse una direttiva comunitaria.
Il limite maggiore che i vari studi applicativi riscontrano risiede soprattutto sulla mancanza di chiarezza sulla composizione specifica dei MO. Non vi sono, infatti, esatti profili di identificazione dei composti chimici contenuti negli olii minerali e che possono avere un impatto tossicologico diretto sul soggetto tester. Questo porta ad una sostanziale assenza di risultati comparabili o certi. Tuttavia è chiaro che gli olii minerali idrocarburici aromatici (MOAH) vengono usualmente considerati più critici rispetto agli olii minerali idrocarburici saturi (MOSH), proprio a causa della composizione chimica. Un dato certo è invece la presenza, all’interno degli olii minerali, di idrocarburi aromatici policiclici (PAH) ad oggi classificati come possibili sostanze cancerogene.

Dove si trovano maggiormente?

Il BFR (Bundesinstitut für Risikobewertung), l’Istituto federale Tedesco per la valutazione de rischio, è l’ente ufficiale che ha eseguito i test più recenti che hanno dimostrato che i Mosh e Moha si ritrovano con maggior frequenza in alcuni alimenti imballati che hanno contatto diretto o indiretto con il cartone utilizzato come imballo esterno e come fattore di tutela alla rottura e contaminazione in fase di trasporto.
Il cartone esterno, però, è spesso fabbricato con una parte più o meno cospicua di carta riciclata. La causa primaria di cessione di MOAH e MOSH all’alimento sarebbe quindi attribuibile all’imballo esterno in cartone.
I cartoni da imballo sono infatti costituiti in gran parte da materie prime e fibre ricavate dal riciclo di carta, quali quotidiani e altri materiali. Questi sono tipicamente ricchi di inchiostri e residui di composti chimici, normalmente non presenti nei materiali destinati a contatto con alimenti. Inoltre, l’essiccazione degli inchiostri utilizzati nella stampa dei suddetti quotidiani si basa sull’assorbimento dell’olio utilizzato nel processo e veicolato nella carta.
I casi maggiormente contaminati sono i prodotti a bassa umidità, in quanto a causa proprio della loro natura, tendono nel tempo a richiamare particelle di acqua. Queste essendo in gran parte contenute nell’atmosfera, aderiscono naturalmente al cartone esterno e successivamente migrano verso l’interno dove sono “assorbite” dall’alimento stesso. Questo processo è quello più accreditato come veicolo di MOHA e MOSH verso l’alimento.

Come sono regolamentati a livello di normativa italiana?

Il Regolamento UE 10/2011 e sue modifiche ed integrazioni, disciplina il settore degli imballaggi in plastica destinati ad uso alimentare in plastica, tuttavia all’interno di questa norma comunitaria troviamo solamente la definizione di “Oli minerali bianchi, paraffinici, derivati da idrocarburi di origine petrolifera”, senza però specificare né una definizione chiara, né limiti di riferimento per poter effettuare una analisi dei pericoli accurata.
Nel Regolamento UE 10/2011 queste componenti sono inserire nelle liste positive con il numero FCM 95 ma senza un limite di migrazione specifica (LMS) o altra restrizione. La sola soglia applicabile è, quindi, quella prevista come limite di migrazione globale di componenti (LMG) ovvero 60 mg/kg.

E a livello europeo?

Se guardiamo oltre al regolamento 10/2011, la situazione purtroppo non migliora. Non sono presenti infatti a livello UE specifiche norme che definiscono limiti critici per i MOAH e MOSH. Il 16 gennaio 2017 tuttavia la Commissione UE ha emanato la Raccomandazione (UE) 2017/84 relativa al monitoraggio degli idrocarburi di oli minerali nei prodotti alimentari e nei materiali e negli oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari (MOCA). La raccomandazione pone in essere alcuni importanti requisiti impliciti. Pur non definendo limiti né per i MOAH né per i MOSH, all’articolo 1, la Raccomandazione spinge gli Stati membri a svolgere un’attività di monitoraggio sulla presenza di MOAH e MOSH, negli alimenti nel biennio 2017-2018.
Ulteriore spunto di riflessione lo ritroviamo all’articolo 5 della Raccomandazione. “Qualora siano rilevati MO negli alimenti, gli Stati membri dovrebbero svolgere ulteriori indagini negli stabilimenti alimentari per determinarne l’eventuale fonte o le eventuali fonti”. Questo chiama in causa in modo indiretto il Regolamento (CE) 2023/2006 che implica lo studio delle buone prassi igieniche sulla base del metodo HACCP [Regolamento (CE) 2023/2006 della Commissione del 22 dicembre 2006, sulle buone pratiche di fabbricazione dei materiali e degli oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari, pubblicato sulla GU L384 del 29.12.2006, pag 75].
Infine si cita il Regolamento CE 1935/2004 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 ottobre 2004 riguardante i materiali e gli oggetti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari, che, al considerando 3), al considerando 14) , nonché all’ articolo 1) comma 1) “requisiti generali”, pone le basi al processo di assicurazione della qualità dei materiali e che implica implicitamente una gestione da parte delle aziende coinvolte verso un sistema di prevenzione e monitoraggio dei rischio.

Quali accorgimenti per i produttori di imballi e utilizzatori

In mancanza di chiare indicazioni sia sulla fonte di rischio che soprattutto sulla presenza di limiti critici definiti e condivisi, il principio della tutela e dell’analisi preventiva dei rischi resta il miglior metodo per la salvaguardia dei prodotti alimentari e di conseguenza del consumatore.
Nell’industria produttiva alimentare e para-alimentare, le soluzioni volte alla riduzione della presenza dei MOAH e MOSH si concentrano sui processi di realizzazione ed utilizzo di carta e cartoni da imballaggio. Non sono però da escludere alcune fonti secondari di contaminazione come olii di lubrificazione e prodotti per la manutenzione.
Questi aspetti dovrebbero essere inseriti e valutati nelle analisi dei pericoli al fine dei determinare le opportune azioni preventive o sistemi di controllo in processo.
Per chi invece ha l’onere di utilizzare imballaggi classificati come possibile fonte di contaminazione, la qualifica e approvazione dei fornitori e dei materiali risulta il sistema preventivo più efficace abbinato magari ad un rating costante delle performance e delle analisi sui prodotti stessi.

Aliquota IVA e cialde e capsule di caffè

“Quando va applicata al 10% e quando al 22%”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, novembre 2017, autore Giacomo Mallano • 

Un dubbio ha tormentato per diversi mesi gli operatori del settore del caffè, ovvero la corretta aliquota IVA da applicare alla vendita delle cialde/capsule destinate agli apparecchi (domestici o aziendali) da caffè di questo tipo.
Il tema viene da lontano, e più precisamente da quando la Risoluzione n. 124/E del 1° agosto 2000 aveva equiparato gli apparecchi funzionanti a capsule o cialde agli altri distributori automatici.
Questo nonostante le loro particolari modalità di funzionamento, che richiedono il preventivo acquisto della cialda/capsula da inserire successivamente nel distributore.
Questa interpretazione estensiva consentiva di considerare come un unicum la serie di atti di acquisto della cialda/capsula e il loro successivo utilizzo, qualificandoli unitariamente come una somministrazione di alimenti e bevande cui applicare l’aliquota IVA del 4% (all’epoca ancora vigente).
A partire dal 2014, la soppressione dell’aliquota minima ha ricondotto tutte le somministrazioni di alimenti e bevande all’aliquota IVA del 10%.
Continuavano a rimanere molti dubbi sul trattamento da riservare agli acquisti di cialde/capsule di caffè per i distributori “aziendali“. A dissipare infine queste incertezze è intervenuta la risoluzione n. 107/E del 17 novembre 2016, la quale ha da prima ripercorso le precedenti interpretazioni in materia e le ha poi sistematizzate (e parzialmente aggiornate), fornendo un quadro abbastanza esauriente delle varie fattispecie.
In generale si distinguono due possibilità:

  • IVA al 10% se la vendita delle cialde (e capsule) può essere inquadrata in una prestazione “complessiva” di somministrazione alimenti e bevande (che è una prestazione di servizio) nei confronti del consumatore finale della cialda/capsula (ovvero colui che la acquista per usarla in proprio e non per rivenderla). È il caso di vendita a privati che hanno in precedenza preso in comodato o locazione un distributore/macchina dallo stesso soggetto da cui compra le cialde, oppure di aziende (partite IVA) che acquistano le cialde per il consumo diretto proprio o dei propri dipendenti/collaboratori. In sostanza si considera l’acquisto delle cialde come un ’pezzo’ della complessiva erogazione del caffè alla macchinetta, un ’rifornimento’ della macchinetta per la realizzazione della prestazione di somministrazione che va al 10%.
  • IVA al 22% in tutti gli altri casi, in cui la vendita di cialde (e capsule) è una cessione di beni, svincolata e autonoma da una prestazione più ampia inquadrabile come somministrazione alimenti e bevande. È il caso di rivenditori o di privati che acquistano al di fuori di un precedente contratto di comodato/locazione della macchina (es. privato che acquista la macchina da X e poi si rifornisce di cialde di altra marca presso altri punti vendita).
    È ovvio che il mercato opera con soluzioni spesso più articolate e ibride dei casi ’tipici’ di cui sopra, ma intanto l’interpretazione ministeriale ha il pregio di aver provato a fornire dei punti di riferimento per orientare gli operatori verso comportamenti fiscali corretti, con una ispirazione di fondo non penalizzante per un settore tanto importante del nostro agro-alimentare.

 

I contenuti del presente articolo vanno assunti come meramente informativi, non utilizzabili in alcun modo quale consulenza/opera professionale; ogni interpretazione ivi contenuta è meramente indicativa e non assume valore di parere professionale.

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Obbligo di comunicazione MOCA

“Ciò che c’è da sapere sui materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, settembre 2017, autore Susanna de Mottoni • 

Per rendere più efficienti monitoraggi e controlli, e conseguentemente incentivare la Sicurezza Alimentare in Unione Europea, vi è un nuovo adempimento che riguarda gli operatori MOCA, ovvero di materiali e oggetti destinati a venire a contatto con alimenti.
Essi devono comunicare la propria esistenza. Il termine per farlo è stato fissato dal decreto legislativo 29/2017 al 31 luglio 2017. Medesimo decreto che chiarisce anche le sanzioni per omessa o ritardata comunicazione.
Ma chi è tenuto a ottemperare questo obbligo? Chiarisce il quadro Marco Pasqualini, consulente in materia di Food safety and Food contact e relatore di un incontro dedicato proprio a questo tema il 13 luglio a Unindustria Treviso, sgombrando immediatamente il campo: le torrefazioni hanno già comunicato al SUAP l’inizio della loro attività in base al Regolamento Europeo 852/2004 pertanto non sono tenute anche alla comunicazione MOCA.

MOCA, ovvero materiali e oggetti destinati a venire a contatto con alimenti. Potrebbe chiarire di che cosa si tratta?
I MOCA sono un insieme eterogeneo e trasversale di manufatti, comunque destinati a entrare in filiera alimentare e in particolare a contatto diretto o indiretto con i prodotti alimentari; comprendono i materiali semilavorati che si prevede o si vuole siano poi impiegati per la realizzazione di tali manufatti.
Lo sono quindi per esempio gli oggetti da cucina, quali posate o contenitori; casalinghi e affini, quali le tazzine od i piatti o caffettiere e pentole; avvolgenti e imballaggi per alimenti; ma anche le parti di macchine destinati ad entrare in contatto con gli alimenti, quali serbatoi, tubi o snodi, valvole, filtri… etc.
Di conseguenza i materiali con i quali tali oggetti si producono, quindi coils o barre di acciaio o altri metalli, pellets di materia plastica, vernici e rivestimenti, carte e cartoni, gomme etc…

In quale contesto normativo si inserisce il recente decreto legislativo 29/2017?
Il Decreto è un atto legislativo a supporto della Sicurezza Alimentare in Unione Europea. Si inserisce infatti negli obblighi comunitari previsti specificatamente per la Sicurezza Alimentare e più in generale per l’applicazione di norme e regolamenti emanati in UE: gli Stati Membri devono assicurare i controlli ed un apparato sanzionatorio proporzionato e dissuasivo. Risponde dunque ad un obbligo comunitario.

Qual è la finalità che consegue questo provvedimento?
La finalità è quella di prevedere un adeguato e ordinato (puntuale) apparato sanzionatorio inerente le norme vigenti in materia di Sicurezza Alimentare di materiali e oggetti in quanto destinati ad entrare in contatto con gli alimenti.

Quali sono le novità introdotte dal decreto?
La vera novità è solo una, anche se fondamentale: il Decreto Legislativo chiarisce che gli Operatori del Settore MOCA devono rendere atto notorio della loro esistenza, allo scopo di popolare la banca dati delle Autorità di Controllo e ciò con il fine ultimo di consentire all’Autorità stessa di programmare e pianificare i controlli ufficiali in modo efficace.
Le altre novità riguardano la sostanza del Decreto Legislativo, che intende mettere a disposizione dell’Autorità Competente per i controlli ufficiali un apparato sanzionatorio articolato e puntuale, riferito alle ipotesi di non conformità in base ai regolamenti generali e specifici comunitari inerenti i MOCA e già esistenti in UE fin dall’anno 2004.

Quali sono i soggetti interessati dal nuovo obbligo di comunicazione?
Tutti i produttori, inclusi gli importatori in UE, i trasformatori e/o i distributori di MOCA; in modo assolutamente speculare alla produzione alimentare e dei mangimi.
Ne saranno interessati quindi tutti gli importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori di oggetti da cucina, quali posate o contenitori; importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori di casalinghi e affini, quali le tazzine od i piatti o caffettiere e pentole; importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori di avvolgenti e imballaggi per alimenti; ma anche importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori, di macchine e parti di macchine destinati ad entrare in contatto con gli alimenti, quali macchine per il caffè, serbatoi, tubi o snodi, valvole, filtri… etc, inclusi gli importatori o produttori in Italia, trasformatori o distributori di macchine erogatrici di prodotti alimentari, per lo stesso principio di cui sopra.
Gli obblighi riguardano l’intera filiera, quindi anche i produttori dei materiali con i quali gli oggetti saranno realizzati.

A quanto ammontano le sanzioni?
Le sanzioni previste sono particolarmente importanti; ciò in virtù del fatto che il Decreto Legislativo attualizza le sanzioni ed anche per il fatto che debbono essere dissuasive.
Sono quindi previste ammende che vanno da un minimo di 1.500€ ad un massimo di 80.000€, naturalmente con una modulazione a seconda dei casi specifici.
Si rammenti che, in merito, per le previsioni vigenti, sarà nel caso irrogata una sanzione pari al doppio del minimo o ad un terzo del massimo previsti.
Il termine per la comunicazione prevista era il 31 luglio. Sono previste (e se sì quali) sanzioni per comunicazioni effettuate in ritardo?
La comunicazione deve essere stata eseguita entro il 31 luglio per tutte le attività d’Impresa già esistenti, che abbiano prodotto/importato, trasformato o distribuito MOCA e/o che abbiano emesso Dichiarazioni di Conformità a tal fine.
Dal 1 agosto, la presenza sul mercato di MOCA o di una Dichiarazione di Conformità di un MOCA, antecedenti la data del 31 luglio, che non trovino supporto e riscontro nella presenza dell’Organizzazione nel registro in possesso delle Autorità di Controllo, potrà essere sanzionato in base al disposto dell’Art. 6 comma 4 del DLgs 29/2017, con una sanzione da un minimo di 1.500€ ad un massimo di 9.000€ (e per quanto sopra detto quindi pari a 3.000€).

Quali sono gli altri importanti adempimenti in tema MOCA a cui sono tenuti gli operatori?
Ogni manufatto destinato a contatto con i prodotti alimentari, nell’Unione Europea, è regolamentato dal punto di vista della sua sicurezza, attraverso un complesso articolato di norme che concorrono per lo scopo. In particolare due classi di regolamentazioni sono da tenere in considerazione per la produzione di MOCA.
La prima classe di regolamenti raggruppa le norme di conformità dei sistemi di assicurazione e controllo della qualità.
La seconda classe raggruppa le norme specifiche relative alla conformità del prodotto, divise poi in norme che declinano i requisiti generali, per tutti i materiali, e norme che declinano requisiti specifici, per alcune specie di materiali.
Ogni azienda che desideri progettare, realizzare, distribuire o importare e immettere sul mercato un manufatto classificato MOCA, dovrà quindi almeno:

1) mettere a punto un Sistema GMP standard, conforme con il Regolamento 2023/06/CE;

2) definire e documentare come fa a garantire il rispetto del Regolamento 1935/04/CE e delle eventuali disposizioni specifiche esistenti per le tipologie di materiali con le quali realizza il MOCA.

Una particolare attenzione sarà da tenere rispetto a quei requisiti definiti fondamentali, sanzionati anche in modo severo dal nuovo Decreto Legislativo n.29/2017.
Non da ultimo si consideri poi che, indipendentemente dalle sanzioni amministrative, la cessione di componenti di MOCA in alimenti, oltre i limiti di sicurezza (per es per migrazione o distacco di parti), comporta la segnalazione di Notizia di Reato ex art. 347 CPP all’Autorità Giudiziaria.
In tal caso, ed in extrema ratio, la eventuale condanna per taluno dei delitti preveduti applicabili dal Codice Penale, importerebbe l’interdizione da cinque a dieci anni dalla professione, arte, industria, commercio o mestiere, nonché l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per lo stesso periodo.
Benvenuti in filiera alimentare, dunque.

 

MARCO PASQUALINI & Partners
Via Biamonti, 15 Bis • 10131 Torino (TO) Italy
Tel. 0039 011 819 34 35
direzione@marcopasqualini.it • pasqualinimarco.wix.com/marcopasqualini

 

Attualmente consulente e formatore dell’Istituto Italiano Imballaggio (www.istitutoimballaggio.it).
Lead Auditor qualificato primari OdC sugli schemi UNI EN ISO 22000:05 Food Packaging; Vending e Catering, GMP e Standard di Prodotto oltre UNI EN ISO 9001:08.
Business Operator qualificato, iscritto al registro dei Food Contact Expert AIBO-FCE (www.foodcontactexpert.org) al n. 63/11.
Consulente di Direzione qualificato Experienced Executive Professional.

Storicamente ricopre incarichi di crescente responsabilità nel mondo industriale e dei servizi, tali da conferire una visione delle cose pragmatica ed orientata alla soluzione dei problemi.
Cessata l’attività manageriale ha fondato il proprio studio professionale associato, per la fornitura di servizi altamente specializzati ad enti pubblici, privati ed imprese
Gestisce abitualmente progetti in area Consulenza di Direzione, Sistemi di Gestione della Qualità, Risk Management e Regulatory, con particolare riferimento all’area sicurezza alimentare materiali a contatto con alimenti, ed all’area ambientale (sistemi e prodotti).

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Non chiamatelo latte

“La recente sentenza della Corte di Giustizia UE spiegata dall’avvocato Klaus”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, agosto 2017, autore Susanna de Mottoni • 

Il 14 giugno la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa con una sentenza che porta ulteriore chiarezza nell’ambito delle denominazioni utilizzate per la promozione e la commercializzazione degli alimenti. Il caso specifico riguarda i prodotti lattiero-caseari e i sostituti di origine vegetale, come il “latte di soia”. L’avvocato Barbara Klaus, specializzata in diritto alimentare europeo, chiarisce le novità introdotte dalla sentenza.

In quale contesto normativo si inserisce la sentenza?
La sentenza riguarda la normativa relativa alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori (Regolamento (Ue) n. 1169/2011 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2011), e più precisamente, la corretta denominazione di un alimento.
A livello europeo, tale denominazione, vale a dire, il nome col quale è venduto un alimento, costituisce una delle informazioni che deve essere obbligatoriamente riportata nell’etichetta.
Questa informazione permette di identificare gli alimenti in maniera chiara e precisa. Conseguentemente, la sentenza del 14 giugno 2017 della Corte di giustizia dell’Unione europea, nell’affermare che denominazioni come “latte”, “crema di latte o panna”, “burro”, “formaggio”, “iogurt” siano riservate unicamente al latte di origine animale o a prodotti da esso derivati, si inserisce in un contesto normativo volto a garantire che i consumatori siano adeguatamente informati sugli alimenti che consumano e che le stesse informazioni siano fornite in modo tale da non trarre in inganno il consumatore sulle caratteristiche degli stessi (in particolare, sulla natura, identità, proprietà e sulla composizione).

Quali prodotti ne sono l’oggetto?
La sentenza della Corte di giustizia riguarda specificamente il caso della società “TofuTown”, che pubblicizza e distribuisce prodotti puramente vegetali con denominazioni come “Soyatoo burro di tofu”, “formaggio vegetale”, “Veggie-Cheese”, “Cream”.
Pertanto, la pronuncia ha stabilito, soltanto, il divieto di utilizzo delle denominazioni riservate al latte e ai prodotti derivati dal latte per alimenti vegetariani o vegani sostitutivi del latte o dei prodotti lattiero-caseari.

Quali novità introduce?
La sentenza del 14 giugno 2017 della Corte di giustizia ha stabilito che non è possibile utilizzare la denominazione “latte” e le denominazioni riservate ai prodotti lattiero-caseari (vale a dire, ad esempio, “crema di latte o panna”, “burro”, “formaggio”, “iogurt”, “latticello”, “kefir”, ecc.) per designare un prodotto puramente vegetale, e ciò anche nel caso in cui tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano l’origine vegetale del prodotto in questione.
Per l’Italia, rimangono comunque eccezionalmente ammesse le denominazioni “latte di mandorla”, “burro di cacao”, “latte di cocco” e “fagiolini al burro”.

Prendendo, per esempio, il caso del cosiddetto “latte di soia”. Questo non potrebbe venir definito tale neanche nei listini/menu dei bar?
La sentenza si riferisce all’utilizzo della denominazione “latte” sull’etichetta per designare un prodotto puramente vegetale e riguarda, quindi, i prodotti preconfezionati. Il prodotto comunemente conosciuto come “latte di soia”, venduto in una confezione non può, pertanto, essere denominato “latte di soia” nell’etichetta e nella pubblicità.
Al ristorante/bar, il prodotto viene venduto sfuso, quindi, la sentenza non si riferisce direttamente a questa fattispecie. In ogni caso, la normativa che è stata interpretata dalla Corte di giustizia, ossia, l’art. 78 para. 2 del Regolamento (UE) n. 1308/2013 stabilisce che le definizioni, le designazioni o le denominazioni di vendita figuranti nell’allegato VII, ivi compresa la denominazione “latte”, possono essere utilizzate nell’UE solo per la commercializzazione di un prodotto conforme ai corrispondenti requisiti stabiliti nel medesimo Regolamento, che riserva, come detto, il nome “latte” ai prodotti di origine esclusivamente animale, a meno che tale prodotto non figuri nell’elenco delle eccezioni sopra già citate, circostanza che non ricorre nel caso della soia.
Di conseguenza, a mio avviso, anche nei listini/menu dei bar non è lecito designare la bevanda di soia con la denominazione “latte”. Quindi, in via precauzionale, sebbene il rischio di incorrere in sanzioni sia lieve, per non indurre in errore il consumatore, si consiglia anche a bar e ristoranti che vendono la bevanda a base di soia sfusa e non confezionata, di attenersi al dettato della pronuncia della Corte di giustizia.

Come valuta nel complesso l’iniziativa?
La sentenza della Corte di giustizia si pronuncia conformemente a quanto previsto dalla normativa di cui è stata richiesta l’interpretazione (vale a dire, l’articolo 78 e l’allegato VII del Regolamento (Ue) n. 1308/2013).
Quindi, i giudici hanno deciso correttamente.

Vi sono rilievi di particolare interesse?
Oltre a quanto sopra affermato, segnalerei altresì che la Corte di giustizia ribadisce quanto già riconosciuto e garantito dall’articolo 78, para 3 del Regolamento (Ue) n. 1308/2013 (la cui interpretazione è in esame). In particolare, infatti, è previsto che, per rispondere a comprovate necessità derivanti dall’evoluzione della domanda dei consumatori, dal progresso tecnico e da esigenze di innovazione della produzione, alla Commissione europea è conferito il potere di adottare modifiche alle definizioni di vendita stabilite. Conseguentemente, nonostante ad oggi la Commissione non abbia ancora adottato alcun atto simile per quanto riguarda le definizioni e le denominazioni di vendita del latte e dei prodotti lattiero caseari, non è escluso che in futuro vengano apportate delle modifiche in tal senso, alla luce della modalità con cui i consumatori percepiscono diciture come, ad esempio, “latte di soia”.
Inoltre, la Corte di giustizia ha specificato nella sentenza che le denominazioni legalmente previste per altre categorie merceologiche quali carni o pesci non sono soggette a restrizioni paragonabili a quelle alle quali sono soggetti i produttori di alimenti vegetariani o vegani sostitutivi del latte o dei prodotti lattiero caseari.
Di conseguenza, attualmente, denominazioni quali “wurstel vegetariano”, “cotoletta vegetariana” possono essere impiegate, previa verifica dei singoli prodotti caso per caso.

La sentenza riguarda i prodotti lattieri e il veganesimo. Se la si osserva invece dalla prospettiva dei prodotti surrogati, potrebbe aprire la strada anche ad altre iniziative analoghe, ovvero a una stretta su alcune denominazioni commerciali? Pensando al settore caffè, a prodotti quali caffè di vinacce, di ghiande, di farro…?
Ritengo improbabile che, nel breve periodo, per il settore del caffè, si verifichi un’iniziativa analoga a quella palesatasi per il latte ed i prodotti lattiero caseari. Infatti, la ragione principale sottesa alla pronuncia della Corte di giustizia è da vedersi nel fatto che prodotti non di origine animale (ad esempio, la bevanda di soia, che è un liquido ottenuto da un legume essiccato, reidratato, macinato e ricostituito di acqua) venivano impropriamente commercializzati, ad esempio, con la denominazione “latte”. Essendo quest’ultimo un prodotto che, dal punto di vista giuridico, è definito come proveniente da fonti animali, la Corte di giustizia ha esplicitamente escluso che prodotti vegetali (che, per definizione, non contengono alcun componente del latte) venissero riferiti ai prodotti lattieri.
Diversamente, a livello nazionale, il caffè è disciplinato dal Decreto del Presidente della Repubblica 16 febbraio 1973, n. 470, il quale reca le definizioni e le condizioni per il commercio di specie di caffè.
Sebbene occorra verificare caso per caso la conformità delle caratteristiche del prodotto da commercializzarsi a dette definizioni e regole, ritengo comunque che le disposizioni applicabili al settore del caffè offrano una base giuridica sufficiente per impedire che i consumatori possano essere tratti in errore da indicazioni ingannevoli.

 

 

L’avvocato BARBARA KLAUS svolge l’attività legale in Italia e in Germania, essendo iscritta come Rechtsanwalt all’Albo degli Avvocati di Norimberga e come Avvocato presso l’Albo degli Avvocati di Milano.
È specializzata nel diritto europeo ed internazionale; ha maturato una qualificata esperienza nel diritto alimentare europeo (compreso il diritto concernente i prodotti di consumo in generale ed i mangimi) e degli Stati membri.
È inoltre attiva anche nel campo del diritto dei prodotti cosmetici, dei dispositivi medici, dei farmaci e dei beni di consumo. Presta consulenza legale e strategica nei suddetti settori ad aziende nazionali ed internazionali ed alle associazioni di categoria; rappresenta i clienti dinanzi alle autorità amministrative e giudiziali.
È, inoltre, specializzata nel diritto antitrust e della concorrenza nonché in materia di commercio estero dell’Unione europea e di diritto commerciale internazionale (diritto dell’OMC).

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Trieste e Manizales sempre più vicine

“Poste le basi per un gemellaggio strategico tra le due città caffeicole”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, maggio 2017, autore F.M. • 

Si dice sempre che la premessa per una buona relazione è avere molti interessi in comune. Quelli tra Trieste e Manizales, città colombiana di 400.000 abitanti che sorge a un’altitudine di 2.160 metri, sono molteplici e non riguardano solo la parte puramente commerciale legata al mondo del caffè.
Nel corso della missione istituzionale e imprenditoriale organizzata dall’Associazione Caffè Trieste 1891 che si è tenuta a metà marzo scorso, un gruppo di imprenditori triestini ha potuto conoscere e apprezzare i diversi aspetti che fanno del capoluogo della regione di Caldas, territorio fertile che sorge a nord del cosiddetto Eje Cafetero (Asse del caffè), un ottimo partner con cui avviare collaborazioni su diversi fronti.


“Questa missione nasce dalla massiccia rappresentanza del Comune di Manizales con la Regione di Caldas e la Federazione dei Commercianti alla fiera TriestEspresso Expo 2016” ci racconta Fabrizio Polojaz, presidente dell’Associazione Caffè Trieste 1891 “che ha posto le basi per l’avvio di un percorso che si articola su 3 principali pilastri: istituzionale, commerciale, formativo”.
Per quanto riguarda il lato istituzionale, pur non avendo potuto partecipare alla missione, il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, ha recentemente confermato l’intenzione di avviare la complicata procedura che porterà al gemellaggio di Trieste con Manizales. “Sarebbe il secondo gemellaggio della nostra città con un’altra località legata al caffè, dopo quello con Santos, Brasile, istituito già negli anni ’70”, ci illustra Fabrizio Polojaz “e sarebbe un ulteriore collegamento tra una capitale produttiva e Trieste, capitale della trasformazione e dell’espresso”. Gemellaggio che potrebbe generare anche nuovi scambi culturali e turistici.


Dal punto di vista commerciale, le attività future verranno portate avanti grazie all’accordo tra Fenalco e Confcommercio Trieste (già siglato lo scorso anno durante la kermesse triestina) e intanto questa missione ha permesso di conoscere da vicino le caratteristiche del prodotto locale.
Interessante è l’analisi fatta da Omar Zidarich, presidente del Consorzio Torrefattori delle Tre Venezie: “Uno degli output della missione è stato anche verificare la situazione delle piantagioni nella regione di Caldas. Anche se qualche mese fa si parlava di volatilità di prezzi e incertezza sul raccolto, posso dire che lì non ci sono crisi di prodotto ma si prevede un aumento della produzione. Anche dal punto di vista qualitativo, il problema della roja è stato superato grazie a degli innesti. Per i torrefattori interessati al settore bio, inoltre, posso garantire che in questa regione tutto è realizzato secondo gli standard internazionali e non sono usate sostanze chimiche”.


Il lato formativo seguirà due percorsi: il primo per studenti, grazie alla collaborazione tra alcuni istituti superiori e i dipartimenti di Agraria dell’Università di Caldas e dell’Università di Udine, mentre il secondo percorso sarà dedicato agli operatori di settore. “Nel primo caso si avvieranno collaborazioni in ambito ricerca ma anche scambi studenteschi e stage formativi”, dice Fabrizio Polojaz “mentre per chi opera nella filiera del caffè punteremo alla formazione su assaggio e valutazione, per migliorare qualitativamente il loro prodotto e preparare le loro imprese e produttori a valorizzare la materia prima e adeguarla al mercato e all’uso italiano”.


Manizales è chiamata anche “La ciudad de las puertas abiertas” per lo spiccato senso di ospitalità, altro tratto che la accomuna a Trieste, crocevia di culture che ha fatto dell’apertura e dello scambio tra popoli uno dei suoi punti di forza e di pregio.

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