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Certificazione MOCA: esiste davvero?

“I paletti normativi e come dimostrare la propria conformità”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, giugno 2018, autore Marco Valerio Francone • 

La certificazione MOCA viene sempre maggiormente nominata nel settore degli imballaggi ad uso alimentare o M.O.C.A., ma la certificazione MOCA che cosa è in realtà e soprattutto esiste davvero?
In questo articolo proveremo a fare chiarezza sull’importante tema degli imballaggi alimentari e delle loro caratteristiche in termini di sicurezza igienico-sanitaria e caratteristiche chimico-fisiche.
Per maggiori informazioni, invitiamo a consultare il portale
www.consulenza-qualita.com

 

Il settore alimentare e soprattutto le aziende produttrici di alimenti sono ormai consapevoli dell’importanza degli imballaggi ad uso alimentare o MOCA.
Gli imballaggi ad uso alimentare sono infatti uno degli elementi che determinano in modo significativo la shelf life dell’alimento lungo il suo percorso distributivo e di vendita.

Cosa sono i MOCA

La volontà e la necessità di operare in conformità rispetto alla normativa cogente sui materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti, rappresenta un’esigenza primaria sia per i produttori diretti che per i trasformatori e/o utilizzatori.
La tendenza però è quella di considerare i MOCA solo come elemento di packaging del prodotto, trascurando invece tutte quelle componenti che servono per realizzarlo. Nei MOCA infatti ricadono anche e soprattutto i macchinari e le apparecchiature per la lavorazione, la preparazione, la conservazione e la somministrazione degli alimenti. Se analizziamo le bevande anche silos, cisterne, serbatori non dimenticando l’ultima fase di distribuzione, automatica in questo caso, che sono le macchine da caffè, le vending machine, ecc.
Anche i materiali necessari alla distribuzione o alla vendita di acqua per il consumo umano dopo il punto di erogazione sono da considerarsi MOCA come, ad esempio se pensiamo al caffè, i raccordi fra rete idrica e impianto di produzione del caffè (la macchina del caffè stessa).
Tuttavia se parliamo del concetto di compliance normativa non sempre si ha la corretta conoscenza sulla normativa sui MOCA sia essa cogente che volontaria.

La conformità dei MOCA rispetto alla propria posizione nella filiera

Per comprendere il settore delle compliance normativa relativa ai materiali e oggetti destinati al contatto con gli alimenti, è utile fare una prima distinzione fra “certificazione” e “ispezione”.
Una certificazione – fonte ACCREADIA – è un processo che mira a definire, sulla base di una specifica tecnica, che tutte le caratteristiche siano assicurate (certificate). Si tratta quindi di percorso fatto verso uno specifico prodotto o servizio.
Si parla invece di ispezione – fonte ACCREADIA – quando vogliamo definire un esame di un progetto di un prodotto, servizio, processo, impianto, e determinazione della loro conformità a requisiti specifici o, sulla base di un giudizio professionale, a requisiti di carattere generale.
A seguito di queste definizioni e facendo le dovute ricerche nel campo delle certificazioni per materiali e oggetti a contatto con gli alimenti, non troviamo nessun riscontro ufficiale e/o accreditato. Di fatto, quindi, non esiste una “certificazione MOCA” se non su base volontaria. Possiamo però adoperare un approccio “ispettivo” che dimostri che il MOCA sia conforme alla propria filiera e alle norme che questa prescrive.

Le norme che regolano il settore

Possiamo distinguere due macro categorie di normative che interessano sia verticalmente che trasversalmente il settore degli imballaggi a contatto con gli alimenti.
Come di consueto la priorità è dettata dalla normativa cogente, ovvero quella direttamente applicabile al settore e che è l’oggetto delle ispezioni da parte degli OdC ufficiali. Le normative MOCA ai quali gli operatori sono tenuti ad ottemperare sono sia di carattere comunitario che nazionale, senza tralasciare nel caso di vendita verso paesi extra UE, anche delle normative applicabili al paese destinatario.

Le principali norme che regolano il settore MOCA nell’Unione Europea sono quindi:

Regolamento CE 852/2004 (capitolo X) del 29 aprile 2004 riguardante l’igiene degli alimenti;

Regolamento CE 1935/2004 del 27 ottobre 2004 riguardante i materiali e gli oggetti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari;

Regolamento CE 2023/2006 del 22 dicembre 2006 sulle buone pratiche di fabbricazione dei materiali e degli oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari;

D.P.R. 777/82 del 23 agosto 1982 relativo ai materiali e agli oggetti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari;

D.M. 21 marzo 1973 Disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari o con sostanze d’uso personale;

Direttiva 2006/42/CE (allegato I) del 17 maggio 2006 relativa alle macchine. 

In merito poi alle plastiche si citano fra le più importanti:

Regolamento UE 10/2011 del 14 gennaio 2011 riguardante i materiali e gli oggetti di materia plastica destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari;

Regolamento UE 1895/2005 del 18 novembre 2005 relativo alla restrizione dell’uso di alcuni derivati epossidici in materiali e oggetti destinati a entrare in contatto con prodotti alimentari;

Regolamento UE 282/2008 del 27 marzo 2008 relativo ai materiali e agli oggetti di plastica riciclata destinati al contatto con gli alimenti e che modifica il regolamento (CE) n. 2023/2006;

Regolamento CE 450/2009 del 29 maggio 2009 concernente i materiali attivi e intelligenti destinati a venire in contatto con gli alimenti;

Regolamento UE 1282/2011 del 28 novembre 2011 modifiche al regolamento (UE) n. 10/2011.

In questa sede non si citeranno altri regolamenti verticali ma è doveroso ricordare che il settore dei materiali e oggetti destinati a venire a contatto con alimenti è esteso anche ai materiali in carta e cartone, cellulosa, ceramica, vetro, gomma, acciai e materiali metallici, quali anche e soprattutto le macchine e linee dove il prodotto viene a contatto, legno e fibre di tessuto.
La conformità dei materiali a venire a contatto con gli alimenti è quindi un percorso che si basa principalmente sulla conoscenza della norma cogente applicata al proprio e prodotto e processo, e sull’analisi dei pericoli interno effettuato sulla logica del sistema HACCP (definizione della GMP – Good Manufacturing Practices – secondo il Regolamento CE 2023/2006).
A corredo delle normative cogenti sia generali che verticali, nascono gli standard privati e le certificazioni volontarie. Queste norme che si inseriscono in un contesto di volontarierà sono spesso ottenute dalle aziende che producono o commercializzano MOCA, al fine di tutelare la GDO e/o innalzare il valore personale percepito dal mercato.

Fra le più conosciute e richieste troviamo:

  • Certificazione BRC Packaging 
  • Certificazione IFS Packsecure 1.1
  • Standard Auditone
  • FSSC 22000

L’insieme di questi regolamenti sia cogenti che volontari portano a dichiarare che i materiali e gli oggetti destinati al contatto con alimenti e realizzati dall’aziende in oggetto, sono CONFORMI alle norme e agli standard considerati.
Se analizziamo la normativa cogente la conformità si traduce nel rilascio della dichiarazione di conformità di cui all’allegato IV del Regolamento UE 10/2001, che deve essere specifica per materiale (e lotto) e che deve essere supportata da analisi di conferma, ovvero il rispetto dei limiti di migrazione globale e specifica, se applicabili, calcolati in specifici condizioni di prova e con simulanti appropriati.
Nel caso invece degli standard privati, il rispetto dei requisiti della norma viene sancito dal rilascio da parte di un ente terzo accreditato, del certificato di conformità che potrà essere utilizzato come strumento commerciale. 

Come dimostrare la conformità dei propri MOCA 

La capacità di una azienda, sia essa un produttore diretto che un utilizzatore o distributore, si basa su 4 canoni normativi principali:

1. Obbligo di disporre e operare nel rispetto dei sistemi di assicurazione della qualità e della sicurezza del prodotto, al fine di tutelale il consumatore e garantirne la salute;

2. Redigere, disporre e fornire le dichiarazioni di conformità dei materiali e oggetti destinati al contatto alimentare, lungo la filiera;

3. Mantenere attivo ed in piena efficienza un sistema di rintracciabilità e tracciabilità dei MOCA e dei loro componenti, mediante una loro corretta identificazione ed etichettatura, al fine di assicurare sempre la possibilità di comunicare eventuali allerte e/o problematiche lungo la filiera; 

4. Disporre in ogni momento e con sistemi efficaci, di tutta la documentazione attestante il rispetto della normativa cogente relativa ai MOCA.

L’UE approva le nuove norme sul “bio”: cosa cambierà (anche per il caffè)

“Nella GDO il macinato bio schizza a +22.3%. Parla Roberto Pinton, FederBio”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, giugno 2018, autore Susanna de Mottoni • 

È di metà aprile il via libera del Parlamento Europeo alle nuove norme UE sul biologico: una volta approvate anche dal Consiglio Europeo, potranno diventar effettive dal 1 gennaio 2021.
L’obiettivo è triplice: aumentare la produzione biologica nell’UE, evitare la contaminazione da pesticidi chimici o fertilizzanti sintetici e, infine, garantire l’alta qualità dei prodotti biologici.
Una finalità, quest’ultima, che riguarda anche il caffè dal momento che tutti i prodotti importati da paesi extra UE dovranno rispettare gli standard dell’UE: le attuali norme in materia di “equivalenza”, che impongono ai paesi terzi di conformarsi a norme simili ma non identiche, saranno infatti eliminate entro cinque anni dall’entrata in vigore.
Si tratta di un provvedimento accolto con un ampio dibattito, non esente a critiche, sul quale abbiamo sentito Roberto Pinton, segretario della sezione trasformatori e distributori di FederBio.

Come valuta le nuove norme europee, approvate con il voto contrario degli eurodeputati italiani?
Il testo approvato ad aprile dal Parlamento europeo non è certamente la miglior sintesi a cui si potesse arrivare, ma è di gran lunga migliore del testo proposto inizialmente quattro anni fa dalla Commissione. Sul testo si era raggiunta a fatica l’intesa di massima nell’ambito del trilogo Parlamento Europeo – Commissione – Consiglio ed era ovvio che l’aula non avrebbe proposto modifiche, per non mettere a rischio l’equilibrio che si era raggiunto. Si è arrivati alla sintesi per sfinimento e, in genere, questo non garantisce il miglior regolamento possibile. Ma chi ha vociato contro il testo e ha ventilato scenari foschi o non l’ha letto o ha secondi fini.

Può chiarire quali erano gli aspetti contestati?
Uno dei punti più contestati riguarda la possibilità di coltivare fuori terra. Non si tratta di coltura idroponica, ma di colture in vaso o in cassoni di terra coltivate in serra. Presentata dai detrattori come la fine del legame della produzione biologica col suolo, in realtà riguarda 20 ettari scarsi che già i ministeri di Danimarca, Svezia e Norvegia avevano autorizzato nei loro territori. Non potrà essere autorizzato un solo metro quadrato in più. Un altro degli aspetti che non ci piace è che, dopo tre anni di ispezioni senza trovare nessuna criticità, la cadenza delle ispezioni alle aziende agricole possa diventare biennale anziché annuale. Per un verso il concetto è comprensibile e condivisibile: non ha senso concentrare l’attività di vigilanza su aziende che hanno sempre dimostrato l’assoluto rispetto della norma (con un’ispezione biennale si dimezzerebbero i costi di controllo e certificazione delle aziende virtuose, diventa una sorta di premio), ed è più opportuno concentrare la pressione su chi ha dimostrato di non riuscire ad allinearsi alla perfezione ai requisiti richiesti, ma avremmo preferito che la frequenza delle ispezioni rimanesse annuale, per l’esigenza di verificare il puntale adeguamento degli operatori a un quadro normativo in continua evoluzione.

Un altro punto dibattuto riguarda le soglie sulle contaminazioni…
Si è molto vociato sull’impossibilità di concordare una soglia unica europea sulle contaminazioni accidentali e tecnicamente inevitabili. In Italia dal 2009 un D.M. che fissa la soglia di 0,01 ppm (che equivale a 1 grammo di sostanza su 100 tonnellate di prodotto), ed è la stessa stabilita per gli alimenti per l’infanzia: la norma prende atto che taluni antiparassitari contaminano l’ambiente e i loro residui possono essere comunque nei prodotti coltivati senza che nessuno li abbia utilizzati: è contaminazione di fondo (di cui il responsabile non è il produttore biologico, ma qualche generazione di coltivatori convenzionali…), contro la quale non si può far nulla. Era opportuna una soglia uniforme, rendendo uniformi gli investimenti delle aziende per mettersi in sicurezza (distanze dai confini, piantumazioni di siepi, analisi, eccetera) ma se avere la soglia più bassa d’Europa comporta maggiori costi, può anche tradursi in un grande vantaggio competitivo sul mercato, tutto sta a vedere come ce la giocheremo. Un’industria europea del baby food privilegerà fornitori italiani, che sono da anni allineati alle sue particolari esigenze di qualità e sicurezza.
L’aspetto curioso è che i commenti più accorati, quelli da autentici “puristi”, sono arrivati dal mondo dell’agricoltura convenzionale, che indicando il nuovo regolamento come un arretramento e tende ad accreditare la produzione convenzionale (quella che inquina le nostre falde superficiali e profonde, quella che garantisce prodotti con residui di pesticidi) come più “verde” e naturale. Fake news colossali…

Caffè, prodotto non coltivato in Italia: il caffè bio sta seguendo il trend di crescita degli altri prodotti biologici?
Il valore è ancora assai contenuto. Nel 2017 in GDO siamo stati intorno ai 4 milioni e mezzo, eravamo di poco superiori allo 0,5% del mercato del macinato e tra lo 0,2 e lo 0,3% per decaffeinato e solubile. Ma va considerato che per la categoria più significativa, che è quella del macinato, il trend di crescita rispetto al 2016 è stato del 22.3% (non mette conto considerare l’incredibile +341% del prodotto grani, dato che il valore di partenza era estremamente basso). Venendo ai surrogati del caffè, in GDO nel 2017 pesavano per 2,6 milioni, anch’essi in crescita con un analogo trend del 21.6%. Oltre alla GDO, naturalmente, vanno considerati il canale dei punti vendita specializzati (oltre 1.200 esercizi che trattano solo prodotti biologici), il food service (abbiamo circa 400 ristoranti biologici, ma qualche referenza biologico è proposta anche negli esercizi mainstream) e l’export. I numeri dicono che quando le catene inseriscono in assortimento referenze biologiche, queste cominciano a girare naturalmente, anche senza particolari promozioni che non siano una banale segnalazione con stopper o altro.

In che modo la nuova normativa potrà incidere anche sul caffè bio?
Non in modo sostanziale. Il regolamento vigente concede la qualifica di biologici ai prodotti ottenuti (anche extra UE) in piena conformità alla normativa europea in materia di conduzione dei terreni e di efficacia dei controlli. Ma la concede anche a prodotti per i quali gli aspetti tecnici e i controlli siano anche solo “equivalenti”, dopo opportuna istruttoria. Secondo il novo regolamento, entro 5 anni la semplice “equivalenza” andrà messa in soffitta e si ragionerà soltanto di piena “conformità”. I cambiamenti non saranno rilevanti perché già ora i maggiori player ragionano in chiave di assoluta conformità, non dovranno cambiare nulla.

 

 

 

Roberto Pinton, FederBio

Import/Export KENYA

 

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Comunicazione del Presidente

“Egregi Soci, è un momento delicato per il mondo del caffè”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, maggio 2018 • 

Come tutti voi sapete nel recente periodo sono state avanzate delle accuse importanti, in tema di salute, nei confronti del prodotto caffè. Il caso più evidente è relativo all’acrilammide, argomento che abbiamo trattato ampiamente sulle pagine del nostro Notiziario e anche in sede di Assemblea del nostro Gruppo.
La diffusione di queste notizie negative nei confronti della bevanda caffè, rischia senz’altro di preoccupare il consumatore e far emergere dubbi sugli effetti dell’assunzione per il proprio corpo.
L’invito che mi sento di farvi pertanto è di rassicurare il cliente attraverso una comunicazione positiva, citando le numerose proprietà benefiche della bevanda, riscontrate da diversi studi scientifici.
Si consiglia a tutti gli operatori di promuovere la diffusione di notizie e di evidenze scientifiche sugli effetti positivi del caffè per la salute, al fine di contrastare le voci negative.
È utile sensibilizzare sia la figura del barista che quella del consumatore finale, attraverso la creazione di momenti di condivisione e incontro: eventi, convegni e comunicazioni sui vostri siti, sui vostri canali social, unite al più classico passaparola. Ognuno di noi con le modalità che ritiene più opportuno, può contribuire ad una percezione positiva della bevanda. Senz’altro questa attività gioverà a tutto il comparto ed aiuterà a superare senza ripercussioni questa fase.
Vi ringrazio per l’attenzione

Marino Petronio

Presidente
Gruppo Italiano Torrefattori Caffè

Parametri di legge

 

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Regolamento acrilammide

DOMANDA

Ci è giunta notizia che l’11 aprile 2018 è entrato in vigore il regolamento comunitario sull’acrilammide.
Quindi anche l’obbligo di fare l’analisi al caffè tostato per rilevare se si è nei limiti per quanto
riguarda il suddetto elemento. Potreste darci delucidazioni?

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Etichette

DOMANDA

Ancora una volta ci viene chiesto come e quali devono essere le indicazioni su un pacchetto di caffè.

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Anzio, presentata la Coffee Competition 2018

È andata in scena lunedì 26 marzo alle ore 15, presso la Sala Riunioni della Cubacafè di Anzio, la conferenza stampa che ha presentato ufficialmente l’edizione 2018 della “Coffee Competition”, rassegna di caffetteria che dal 2009 coinvolge ogni anno centinaia di studenti provenienti dagli istituti alberghieri di diverse regioni italiane.

La titolare dell’azienda torrefattrice, Maria Letizia Mingiacchi, ha fatto gli onori di casa alla nutrita platea di giornalisti intervenuti e ai relatori che hanno preso la parola: in primis lo storico ideatore della Coffee, il Prof. Antonio Stigliano dell’IPSSEOA “Marco Gavio Apicio” di Anzio, il quale sarà coadiuvato nell’organizzazione dal Responsabile tecnico della stessa scuola, Sig. Ernesto Alfieri, e dal Prof. Franco Tacconelli dell’IIS “Domizia Lucilla” di Roma.

La speciale ricorrenza, che consente di toccare la cifra tonda della X edizione, ha richiamato l’attenzione di importanti marchi che forniranno il loro contributo omaggiando i concorrenti più meritevoli con prestigiosi premi: dai macinini Mazzer alle tazzine Ancap, dai ‘Latte Art kit’ Motta ai gelati Antes, dalle macchinette per cialde Spinel fino alla macchina professionale a due braccia per caffè che l’azienda Astoria – rappresentata in conferenza dal suo Key Account Manager Italia, Dott. Paolo Giribuola, giunto appositamente da Milano – donerà alla scuola dell’alunno vincitore della sezione Espresso.

Tra le novità di quest’anno, l’introduzione – al fianco delle canoniche sezioni di concorso Espresso, Pasticceria e Cocktail – di una quarta categoria Latte Art, che vedrà gli alunni sbizzarrirsi in tecniche di etching e free pouring per decorare creativamente i cappuccini da loro preparati.
La kermesse, patrocinata dal Comune di Anzio e dedicata come sempre alla 
memoria di Martina Forino, avrà luogo giovedì 12 aprile presso l’Hotel Lido Garda di Anzio: in mattinata la gara, che sarà valutata da una giuria sensoriale e da una giuria tecnica di esperti, e nel pomeriggio, dopo il light lunch di rito, le premiazioni dei quattro vincitori nelle rispettive categorie.

Fonte: Ufficio Stampa Cubacafè Srl


Ph. Maria Teresa Barone

La rivoluzione negli scambi UE-Canada

“L’accordo CETA elimina gran parte dei dazi doganali e introduce importanti novità”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, aprile 2018, autore Antonio Fabiani Federgrossisti • 

L’accordo CETA è un accordo economico e commerciale globale concluso tra l’UE e il Canada con lo scopo di:

a) eliminare una gran parte dei dazi doganali;
b) permettere alle rispettive imprese di partecipare a gare d’appalto pubbliche;
c) aprire i rispettivi mercati dei servizi;
d) proteggere i prodotti agro-alimentari tradizionali nei rispettivi mercati;
e) consentire il reciproco riconoscimento di alcune qualifiche professionali;
f) aumentare gli investimenti diretti tra i due mercati.  

Con una dichiarazione congiunta di Justin Trudeau (Primo ministro canadese) e Jean C. Juncker (presidente della Commissione UE), in quanto contraenti del CETA, è stata stabilita l’entrata in vigore dell’accordo, seppure in maniera provvisoria, dal 21 settembre 2017 ed entrerà definitivamente in vigore una volta che i parlamenti di tutti gli Stati membri dell’UE avranno ratificato il testo secondo le rispettive norme costituzionali nazionali.
Nella pratica, verranno eliminati, nell’arco temporale di 7 anni, la maggior parte dei dazi doganali esistenti tra i due paesi, con notevole beneficio delle merci importate e/o esportate.
Ne beneficeranno, ad esempio, i prodotti agricoli, i prodotti alimentari trasformati, le bevande.
Saranno inoltre garantite le indicazioni geografiche europee, quali i prodotti alimentari e le bevande di determinate città o regioni della Comunità Europea, proteggendoli anche dalle imitazioni.
Verrà inoltre semplificata la burocrazia sia in entrata che in uscita, a favore quindi anche delle piccole-medie aziende, uniformando  la cosiddetta certificazione di valutazione di conformità.

Il Canada e l’Italia, ad oggi, vantano rapporti commerciali di tutto rispetto:

  • Nel 2016 il nostro paese ha esportato prodotti verso il Canada per un valore di 7,5 miliardi di $ cad., con un incremento di circa il 3% sull’anno precedente.
  • Per l’agroalimentare, il valore ammonta a 1,2 miliardi di $ cad., che comprendono in prevalenza vino, olio d’oliva, prodotti caseari, pasta, caffè, acqua minerale, carni suine e bovine.
  • Ha importato, invece, beni per un valore complessivo di 2,3 miliardi di $ cad.
  • Saldo commerciale positivo per l’Italia pari a 5,3 miliardi di $ cad.

Nel concreto, a dimostrazione dei vantaggi che ne derivano, solo per riportare alcuni esempi, con l’abolizione dei dazi, prodotti come cioccolato, dolciumi, prodotti di panetteria, pasticceria, biscotteria, prodotti tessili, veicoli e loro parti di ricambio, materiale elettrico, prodotti chimici, avranno tutti dazio 0%, mentre in precedenza erano sottoposti a un dazio minimo del 6,5% fino a un massimo del 16%.

Particolare attenzione è stata posta a garanzia degli ortofrutticoli dei produttori europei: è stato previsto, infatti, che il regime dei prezzi in entrata dei prodotti ortofrutticoli non possano essere inferiori ai prezzi dei prodotti stagionali UE. 

Inoltre i prodotti canadesi dovranno rispettare la normativa comunitaria in tema di sicurezza alimentare, con la diretta conseguenza di:

  • osservanza della legislazione UE sugli OGM;
  • rispetto della normativa comunitaria sull’utilizzo degli ormoni ed antibiotici nella produzione alimentare;
  • obbligo di fornire la prova di conformità alla suddetta norma.

In prospettiva i vantaggi saranno ulteriormente incrementati; basti pensare che ad oggi Italia e Canada già intrattengono strette relazioni commerciali e in materia di investimenti.
Difatti il nostro paese è al 15° posto con riferimento 
all’import-export delle merci e al 9° posto per quanto concerne i servizi.

Per visione l’elenco completo dei prodotti, consultare il link
http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-10973-2016-ADD-2/it/pdf

Il pericolo del furano negli alimenti

“Un composto chimico molto diffuso soprattutto nel caffè e nei prodotti da forno”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, aprile 2018, autore Marco Valerio Francone MV Consulting • 

Che cosa è il furano e dove si trova
Il furano e i 2 e 3 metilfurani sono composti chimici altamente volatili e lipofilici, incolore che contribuiscono in modo significativo ai valori sensoriali degli alimenti.
Il furano e i 2 e 3 metilfurani si formano naturalmente durante il trattamento termico degli alimenti, compresa la cottura. Il furano, in particolar modo, si forma a seguito del riscaldamento di taluni alimenti e contribuisce al loro gusto finale. Un esempio è il caffè molto torrefatto ed alcuni prodotti da forno che apportano una significativa dose di furano. Altri prodotti soggetti a rischio di presenza di furano sono la birra, le zuppe pronte, le salse e i succhi di frutta.
Nei bambini con meno di 2 anni gli alimenti più critici per la presenza di furano sono i cibi in scatola per l’infanzia e le zuppe pronte.
Il caffè rappresenta la prima ragione di esposizione alimentare al furano (88%) a causa del suo processo produttivo.
Alcuni studi condotti su cavie murine hanno dimostrato che il furano rappresenta una sostanza attiva nello sviluppo di tumori con un meccanismo dose dipendente.

Quali effetti sul consumatore
Alcuni studi scientifici hanno dimostrato che l’esposizione a furano e metilfurani nei prodotti alimentari potrebbe essere la causa di possibili danni a lungo termine ad alcuni organi interni quali ad esempio il fegato.
La fascia di consumatori maggiormente esposta è quella dei bambini a fronte del maggior consumo di alimenti pronti in scatola o in vasetto. Per le altre fasce di popolazione, l’esposizione è legata soprattutto al consumo di caffè e degli alimenti a base di cereali, e varia a seconda dell’età e delle abitudini personali.
Fortunatamente per la maggior parte dei consumatori l’assunzione media di alimenti che possono o che contengono furano non rappresenta un significativo rischio per la salute. Nel caso però di consumi elevati di tali prodotti, il livello di rischio cresce fino a tre volte rispetto all’esposizione media.
In particolare i livelli di assunzione si rilevano molto più elevati se consideriamo il 2 e il 3-metilfurano: questi composti se ricercati nel caffè possono arrivare anche ad avere livelli fino a 4 volte superiori rispetto al furano.
Le considerazioni riportate sono il frutto di valutazioni che l’EFSA ha effettuato monitorando i livelli di furano negli alimenti in rapporto all’esposizione dei consumatori. Sulla base del concetto della prevenzione del rischio è probabile che EFSA abbia inizialmente sovrastimato il rischio per la salute del consumatore causato dal furano e dai furani in generale ma ad oggi non avendo dati certi a lungo periodo, questo approccio è sicuramente condiviso nella comunità scientifica.

La normativa ed eventuali prospettive
Attualmente al livello UE il furano negli alimenti, inteso come contaminante alimentare, non ha una norma verticale che ne determini i valori massimi.
Il solo atto ufficiale è la Raccomandazione n. 2007/196/CE Della Commissione del 28 marzo 2007 sul monitoraggio della presenza di furano negli alimenti, la quale sprona gli stati membri all’attivazione di un monitoraggio efficace dei livelli di furano nei prodotti alimentari sottoposti a trattamento termico nel corso degli anni 2007 e 2008.
Non essendo presente una regolamentazione unificata e soprattutto dei limiti critici stabiliti, un riferimento può essere visto nel Regolamento CEE n. 315/93 del Consiglio dell’8 febbraio 1993 che stabilisce procedure comunitarie relative ai contaminanti nei prodotti alimentari. Nel suo Articolo 2, il regolamento stabilisce che, ove necessario, siano stabilite le tolleranze massime per contaminanti specifici, questo ha portato nel 2006 alla pubblicazione del Regolamento (CE) n. 1881/2006 della Commissione dove però la quantità ammissibile di furano nei prodotti alimentari non è attualmente contemplato.
Quindi la sola fonte armonizzata a cui far riferimento è, ad oggi, il Regolamento CE n. 178/2002 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 28 gennaio 2002 che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità europea per la sicurezza alimentare e fissa procedure nel campo della sicurezza alimentare. Tale norma nasce e opera a tutela della salute umana e degli interessi dei consumatori spingendo in tal senso a valutare ogni possibile rischio per garantirne appunto la salute. Sulla base di questo principio alcuni distributori internazionali della GDO e GD, hanno fissato nei propri capitolati tecnici dei limiti specifici per categoria di prodotti, indicando di fatto una linea guida che potrà essere in futuro armonizzata a livello UE.

Come possiamo agire a tutela del consumatore
Non avendo a disposizione limiti armonizzati a livello UE la riduzione all’esposizione al furano rappresenta l’approccio più logico e tutelante nei confronti del consumatore.
Il furano ed i suoi derivati, si formano come abbiamo capito a fronte di processi di riscaldamento degli alimenti soprattutto per quelli a maggior concentrazione di vitamina C, carboidrati, amminoacidi, acidi grassi insaturi e i carotenoidi.
Le condizioni di riscaldamento contribuiscono in modo significativo all’innalzamento dei valori di furano ma questo composto, essendo volatile, tende a perdersi (principalmente per evaporazione) nella fase successiva di raffreddamento dell’alimento. La modalità di cottura quindi, se conosciuta dal consumatore, potrebbe limitare la formazione di furano e di metilfurani.
Ad esempio il riscaldamento dei cibi pronti per lattanti e bambini piccoli a bagnomaria senza coperchio contribuisce alla riduzione di formazione di furano e metilfurani di un 15-30% proprio a causa della sua volatilità.
Nel caffè per esempio la bollitura del caffè utilizzata in Turchia o negli USA comporta una riduzione del furano residuo di circa 3-4 volte rispetto al caffè espresso.
Un altro esempio sono i prodotti da forno dove ad esempio la tostatura (soprattutto dei carboidrati) comporta un aumento dei livelli di furano e anche di acrilamide.

Conclusioni
Sia il furano, che i metilfurani che l’acrilamide sono potenziali cancerogeni per gli umani, la loro origine è strettamente correlata alla cottura e/o alla lavorazione a caldo dei prodotti alimentari.
Questi composti hanno fatto la loro comparsa sulla scena mondiale come importanti contaminanti alimentari negli ultimi 10 anni, avviando dei programmi di ricerca tutt’ora in corso nelle aree di tossicologia, esposizione, formazione e mitigazione.
Il risultato di questa scoperte, sui processori e sui regolatori alimentari nonché sui danni derivanti a lungo periodo sui soggetti esposti, non sarà chiaro fino a quando non saranno completate le ricerche chiave.
La continua ricerca sui contaminanti legati alla cottura porterà non solo alla definizione di limiti critici, ma sicuramente alla scoperta di ulteriori composti potenzialmente dannosi per l’uomo.