Il ritorno dell’abbondanza

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Intervista a Uberto Marchesi, co-general manager Bero Italia Neumann Kaffee Gruppe

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, luglio 2026, autore Giovanna Gelmi • 

Dopo cinque anni di shock climatici, guerre commerciali, crisi energetiche e mercati impazziti, il caffè potrebbe trovarsi davanti a uno scenario che pochi avevano previsto

Siccità in Brasile, crisi logistiche globali, tensioni nel Mar Rosso, rincari energetici, speculazione finanziaria, nuove normative europee e cambiamenti climatici hanno progressivamente ridefinito gli equilibri di una delle commodity agricole più importanti del mondo.

Tra il 2024 e il 2026 il settore ha assistito a una delle fasi più turbolente della sua storia recente: i prezzi dell’Arabica hanno raggiunto livelli record, gli stock mondiali si sono assottigliati fino ai minimi storici e le catene di approvvigionamento hanno mostrato tutta la loro fragilità. Nel frattempo, il caffè ha smesso di essere soltanto una materia prima agricola per diventare un vero e proprio indicatore delle tensioni geopolitiche internazionali.

Eppure, oggi, mentre il mercato inizia a intravedere raccolti più abbondanti e una possibile ricostruzione delle scorte mondiali, emerge una domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata provocatoria: basterà questo a riportare stabilità lungo la filiera?

Lo abbiamo chiesto a uno dei protagonisti più autorevoli del commercio internazionale del caffè verde.

Africa e Asia, le aree di cui lei è responsabile, sono tra le origini più complesse del mercato: in che modo la vostra filosofia di non essere semplici fornitori ma partner commerciali si traduce operativamente quando dovete gestire queste origini?

Operare su origini complesse come Africa e Asia richiede presenza locale, conoscenza diretta delle filiere e capacità di gestire rapidamente problemi logistici, qualitativi o documentali.

Il mercato futures oggi è certamente molto più nervoso. Il nostro ruolo è aiutare il cliente nelle strategie di fissazione e copertura, cercando di evitare decisioni emotive legate alla volatilità di breve periodo. L’obiettivo è garantire continuità di approvvigionamento e sostenibilità dei margini nel medio termine.

Siamo passati dai massimi storici dell’Arabica a quota 4 dollari per libbra nel 2025 ai picchi causati dalle crisi logistiche del 2026, passando per algoritmi speculativi sempre più veloci ed estremi. Perché oggi non parliamo più di fluttuazioni temporanee ma di volatilità strutturale permanente?

In realtà il caffè è sempre stato un mercato strutturalmente volatile. Oggi il mercato del caffè reagisce immediatamente a dinamiche energetiche, valutarie, climatiche, finanziarie e logistiche globali. Inoltre, la quantità di capitale finanziario che entra ed esce dalle commodities è molto più elevata rispetto al passato. Questo rende i movimenti più rapidi, più violenti e spesso scollegati dal semplice equilibrio domanda-offerta di breve termine.

Con scorte globali ai minimi storici per il quinto anno consecutivo, quanto è diventato sottile il cuscinetto che protegge il mercato dagli imprevisti climatici o geopolitici?

Con stock globali così ridotti, basta un problema climatico o logistico relativamente limitato per generare forti tensioni sui prezzi e sulla disponibilità fisica. Detto questo, iniziamo finalmente a vedere prospettive più costruttive. Le attese produttive per il Brasile e per altre origini importanti sono migliori e il mercato spera in un progressivo riassortimento degli stock globali.

Lei ha spesso citato il superamento del modello just-in-time, perché oggi un torrefattore deve pianificare i propri acquisti con almeno due mesi di anticipo rispetto al passato?

In realtà il passato era quasi l’opposto del just-in-time. Per anni il basso costo della materia prima e dei tassi di interesse permetteva di mantenere magazzini molto più ampi. Negli ultimi anni, invece, molte aziende hanno ridotto le scorte sia per motivi finanziari sia perché non credevano nella possibilità di rialzi così forti e prolungati. Questo ha reso la filiera molto più vulnerabile. Oggi abbiamo capito quanto il sistema logistico globale sia fragile.

Abbiamo notato un forte incremento nella richiesta di caffè sdoganati a terra. Quali sono i vantaggi reali per una torrefazione nell’acquistare lotti già pronti?

Acquistare caffè già sdoganato significa scaricare gran parte della responsabilità logistica sul fornitore e avere una maggiore certezza sulla data effettiva di consegna. Spesso si pensa che il caffè a terra costi di più, ma bisogna considerare il costo reale di un ritardo produttivo.

Il Gruppo Neumann ha stretto una partnership con Osapiens per l’uso della piattaforma EUDR. Come il monitoraggio satellitare vi aiuta a garantire che ogni chicco sia deforestation-free?
Il monitoraggio avviene attraverso immagini satellitari, ma l’analisi non è completamente automatizzata dall’intelligenza artificiale: i fornitori/utenti del sistema devono caricare nella piattaforma i geodati relativi alle piantagioni, che vengono poi analizzati dal sistema per identificare e segnalare eventuali indicazioni di rischio di deforestazione all’interno dell’area geografica interessata successivamente alla data di cut-off prevista dall’EUDR (31/12/2020).

Vale inoltre la pena ricordare che l’EUDR va ben oltre il solo tema della deforestazione. Nel dibattito pubblico ci si concentra spesso soltanto sulla deforestazione, ma anche gli aspetti legati alla legalità e alla due diligence sono altrettanto complessi per le aziende che non hanno investito nella costruzione di filiere strutturate, trasparenti e tracciabili.

Nonostante lo slittamento dell’applicazione del regolamento EUDR al 30 dicembre 2026, perché per NKG la conformità rimane una priorità immediata?

NKG lavora da oltre quindici anni su filiere sostenibili, tracciabili e rispettose dei diritti umani e dell’ambiente. Per questo motivo l’introduzione della mappatura satellitare è stata relativamente semplice: avevamo già costruito negli anni una struttura molto avanzata. Questo ci ha permesso di offrire già anni fa origini estremamente complesse dal punto di vista EUDR, penso ad esempio a Etiopia, Perù o Indonesia, dove molti operatori avevano enormi difficoltà.

La crisi dello Stretto di Hormuz del marzo 2026 ha portato il petrolio Brent a 126 dollari al barile. In che modo lo shock energetico si è trasferito sulla tazzina di caffè?

Per il caffè l’impatto diretto, almeno per ora, è stato relativamente contenuto rispetto ad altri settori. Abbiamo visto aumenti dei costi di trasporto nell’ordine di 200-300 dollari per container dovuti principalmente al rincaro del carburante.

Alcune origini specifiche, come l’Etiopia, hanno inoltre subito importanti “war risk premiums”. Tuttavia, il vero impatto per il nostro settore è stato soprattutto logistico: il nuovo abbandono del Canale di Suez ha riportato i transit time su tempi molto lunghi, anche superiori ai 70 giorni per Africa e Asia.

Il rerouting via Capo di Buona Speranza aggiunge fino a 4 settimane di navigazione. Questo “Hormuz Risk Premium” è destinato a diventare una componente fissa del costo del caffè?

In realtà il passaggio via Capo di Buona Speranza non nasce con la crisi iraniana del 2026. È iniziato già con gli attacchi Houthi nel Mar Rosso e le tensioni nell’area di Bab el-Mandeb. Negli ultimi due anni il settore aveva iniziato lentamente a riportare parte delle navi attraverso Suez, ma gli eventi del 2026 hanno nuovamente invertito la tendenza.

Guardando ai prossimi mesi e alla minaccia dei dazi, quali sono le nuove crisi all’orizzonte che la preoccupano maggiormente?

La variabile Trump e il tema dei dazi sono estremamente imprevedibili, ma spesso anche molto strumentali dal punto di vista politico. Inoltre, diverse iniziative tariffarie sono già state contestate legalmente negli Stati Uniti; quindi, oggi non le considero il rischio principale. Più importante potrebbe essere invece l’impatto della crisi iraniana sul mercato dei fertilizzanti, perché l’energia e il gas naturale sono elementi fondamentali per la loro produzione e questo potrebbe aumentare ulteriormente i costi agricoli. Ma ciò che ci preoccupa maggiormente resta il clima. Un possibile ritorno di El Niño e l’aumento dei fenomeni meteo estremi rappresentano probabilmente il rischio più serio per la stabilità produttiva del settore.

Esistono però dei segnali positivi: le previsioni per il raccolto 2026/27 parlano di record produttivi in Brasile. Questo basterà a riportare i prezzi su livelli più sostenibili?

Sì, e in parte lo sta già facendo. Le stime sul Brasile oggi sono molto elevate, probabilmente più vicine agli 80 milioni di sacchi che non a quanto inizialmente ipotizzato. I mercati hanno già reagito: Londra ha perso oltre il 45% dai massimi e New York circa il 38%. Questo riflette aspettative produttive migliori, un minore interesse speculativo dei fondi sul caffè e soprattutto la speranza di una graduale ricostruzione degli stock mondiali.

In questo scenario di montagne russe finanziarie, a cosa deve davvero stare attento oggi un torrefattore per non erodere i propri margini?

Il rischio più grande è reagire emotivamente al mercato. Un torrefattore oggi non dovrebbe abbassare immediatamente i prezzi ai primi ribassi né cercare continuamente il “minimo perfetto” per fissare. È molto più importante adottare strategie progressive di copertura e diversificazione del rischio.

L’Espresso Italiano può rimanere un’icona mondiale nonostante la tempesta perfetta della logistica globale?

L’Espresso italiano è sopravvissuto a crisi ben più profonde di questa e continuerà a farlo perché il suo valore non risiede soltanto nella materia prima, ma nella cultura, nella competenza e nella ritualità costruite in decenni di tradizione industriale e artigianale italiana. Per decenni l’industria ha potuto contare su un presupposto implicito: che le crisi fossero eventi straordinari destinati prima o poi a rientrare. Oggi quel paradigma appare superato. La qualità nella tazzina non può più dipendere dalla fortuna o dalla stabilità del mercato globale. La lezione degli ultimi anni è che non esiste più una normalità alla quale tornare. Dobbiamo abbandonare il concetto che trattiamo una materia prima, una commodity. Noi trattiamo un prodotto che ha un enorme valore, ha una filiera complessissima. È un prodotto nobile sotto tanti punti di vista, non ultimo ha più marcatori olfattivi del vino.