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La cultura della sicurezza alimentare

“Il concetto preso in esame dal BRC GSFC edizione 8.
Significato e prime indicazioni applicative”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, settembre 2019, autore Marco Valerio Francone • 

Il concetto di “cultura della sicurezza alimentare” è stato fortemente preso in esame nel nuovo standard BRC GSFS edizione 8. In realtà era già presente nelle versioni precedenti del medesimo standard e più in generale è un concetto che trasversalmente ritroviamo negli schemi approvati dal GSFI relativi alla qualità e sicurezza alimentare.
Il concetto di cultura della qualità e della sicurezza alimentare è citato al capitolo 1 “Impegno della Direzione” dello standard GSFS edizione 8.
“La direzione del sito dovrà garantire la definizione e il mantenimento di un piano chiaro per lo sviluppo e il miglioramento costante di una cultura della qualità e della sicurezza alimentare. Tale piano comprende:

  • attività definite in tutte le sezioni dello stabilimento che abbiano un impatto sulla sicurezza dei prodotti;
  • un piano d’azione che illustri come tali attività saranno svolte e controllate, unitamente alle tempistiche previste per la loro attuazione;
  • la revisione dell’efficacia delle attività svolte.”

Analizzando nel dettaglio il requisito, lo standard esplicita la redazione di un piano dinamico e in continua implementazione, realizzato e aggiornato dalla Direzione aziendale. Il piano dovrà essere destinato a tutti i reparti che abbiano impatto sulla sicurezza dei prodotti e dovrà definire le modalità e i tempi di applicazione e controllo delle attività in esso previste.
Il piano dovrà essere periodicamente revisionato e tale revisione dovrà essere definita formalmente.

Il significato di “Cultura della sicurezza alimentare”
Il Global Food Safety Initiative (GFSI) ha definito la Cultura della sicurezza alimentare come “I valori condivisi, le opinioni e le regole che influenzano la mentalità e il comportamento nei confronti della sicurezza alimentare attraverso e all’interno di un’organizzazione”.
Questa definizione è ampiamente empatica e cela alcuni fattori fondamentali che devono essere alla base dei moderni processi per la sicurezza alimentare. Analizzando con maggiore attenzione la definizione, è possibile infatti notare che:

  • Viene sottolineato l’elemento di condivisione, di gruppo, di organizzazione nell’insieme. Questo riguarda in particolare il fatto che, qualunque tipologia di regola, di valore e opinione in un sistema complesso di persone come un’azienda, viene percepita sia individualmente, sia collettivamente. Il ruolo della direzione in questo percorso è quindi determinante.
  • L’influenza del gruppo, inoltre, ha impatto anche sulla mentalità e sul comportamento del singolo che quindi viene influenzato (sia positivamente ma anche negativamente) all’interno dell’organizzazione e dei sui processi.
  • La cultura per la sicurezza alimentare non può essere uguale per tutti, non è un concetto assoluto. Ogni individuo ha dei comportamenti e delle aspettative diverse nei confronti della sicurezza alimentare, maturate dalla sua personale esperienza e mitigate dalla formazione. Saper uniformare il concetto di cultura della sicurezza significa agire alla base della conoscenza del singolo e renderlo partecipe di un percorso di formazione.

Al fine di ottenere un piano per la cultura della sicurezza alimentare efficace ed efficiente, questo dovrà essere in grado di considerare tutti i fattori psicologici, culturali e individuali che possono avere un impatto sul sistema nel suo complesso e sugli individui che lo compongono. Rappresenta quindi un obiettivo strategico di una direzione.

Il ruolo della direzione
La cultura della sicurezza alimentare è un concetto che deve necessariamente essere trasmesso dall’alta direzione aziendale. È la direzione, sulla base dei propri obiettivi e della propria politica della qualità e della sicurezza alimentare, a stabilire i requisiti e le aspettative nei confronti della sicurezza alimentare e della qualità. Di concerto, le funzioni aziendali dovranno capire, comprendere e assimilare queste aspettative, rendendole procedure operative. Nell’implementare di un piano per la cultura della sicurezza alimentare, la presenza di politiche e dichiarazioni di impegno non sono sufficienti, è necessario infatti agire concretamente dimostrando che l’impegno a sviluppare, mantenere e implementare una cultura per la sicurezza parte dall’alto, dalle figure leader dell’organizzazione per essere poi diffusa a tutti i dipendenti, fino ai livelli inferiori. Per fare ciò, è importante utilizzare metodi di comunicazione efficaci, chiari e adatti ad ogni destinatario, impostare un programma di coinvolgimento interno delle figure, dare l’opportunità di esprimere un proprio punto di vista e proporre una propria soluzione.

Come soddisfare il requisito?
Sviluppare e rendere operativo un piano per la cultura della sicurezza alimentare è sicuramente un processo che necessita di un impegno da parte di tutti i livelli aziendali. Il primo passo è quello di definire e comprendere lo status quo aziendale, ovvero la situazione attuale in cui l’azienda si trova.
Un importante passaggio è quello di comprendere e anche accettare il livello effettivo dello stato di maturità dell’azienda, elemento non sempre semplice da ottenere e al contempo misurare quale è il livello percepito in merito alla cultura della sicurezza alimentare che, spesso, non è sempre immediatamente comprensibile.
Un valido approccio è quello delle domande, anonime ma specifiche, attraverso questionari interni al fine di comprendere i livelli percepiti e promossi rispetto alla cultura della sicurezza alimentare. L’utilizzo di questionari aiuta a valutare possibili miglioramenti.
Tra le attività che possono essere svolte per sviluppare un piano della cultura per la sicurezza alimentare ci sono, per esempio:

  • questionari per tutti i dipendenti, in forma anonima;
  • valutazione dei reclami dei dipendenti;
  • analisi del lavoro di squadra;
  • esito della formazione annuale;
  • grado di soddisfazione interna.

Come detto, il piano per la cultura della sicurezza alimentare è un processo strategico e quindi deve essere periodicamente monitorato e riesaminato ma non per forza con frequenze annuali, bensì in base alle necessità e agli obiettivi che la direzione intende perseguire.
Il piano per la cultura della sicurezza alimentare dovrebbe inoltre considerare il contesto attuale dell’organizzazione, i piani di miglioramento previsti, una verifica della sua applicazione e i metodi di revisione e correzione di situazioni ancora non implementate.
Le valutazioni fatte devono essere basate su dati oggettivi, misurabili e verificabili.

 

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Il caffè in capsule e l’impatto ambientale

“I rischi per il futuro”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, agosto 2019, autore Marco Valerio Francone • 

Il caffè in capsule rappresenta una dei maggiori prodotti consumati sia a livello Ue che a livello mondiale.
La diffusione di strumenti sia professionali che domestici per l’erogazione di caffè, unito alla sempre maggiore necessità di contenere i tempi (ed i costi), hanno spinto il caffè in capsule verso i vertici degli alimenti più acquistati.
Sotto la spinta commerciale di alcune multinazionali verso una nuova tipologia di consumo di questo alimento, ovvero il caffè in capsule, le abitudini e le logiche imprenditoriali di una buona parte del pianeta stanno velocemente cambiando.
Se guardiamo ai numeri della sola Europa occidentale il caffè in capsule o cialde rappresenta un mercato di circa 18 milioni di euro in costante crescita.
In Italia, i numeri sono ancora maggiori con una crescita dei volumi di 10 volte superiore rispetto al caffè macinato (dati 2018).
Anche le previsioni per i prossimi 8 anni circa ipotizzano un raddoppio del consumo di caffè in capsule rispetto ai dati 2017/2018. Ma questa crescita è a costo zero? La risposta è “no”.

L’impatto ambientale del caffè in capsule
La facilità di utilizzo del caffè in capsule è solo ciò che il consumatore percepisce quando decide, consapevolmente, di consumare un caffè.
La facilità di utilizzo nonché l’ampia scelta di gusti e tipologie ha spinto il mercato verso questa nuova tipologia di consumo.
Inconsapevolmente, però, la maggior parte degli utilizzatori ignora le fasi del processo che portano sia alla produzione di una capsula sia e soprattutto al suo smaltimento. Ogni giorno centinaia di milioni di consumatori in tutto il mondo producono decine di migliaia di tonnellate di imballaggi da destinare a discariche e inceneritori.
L’acquisto di caffè in capsule comporta indubbiamente un minor spreco del caffè stesso, questo in quanto in commercio esistono confezioni che contengono più tipologie di prodotto che possono quindi essere conservate sia a livello professionale che domestico limitando spazi, perdite di prodotto, deterioramento dello stesso per apertura delle confezioni. Inoltre non vi sono spechi dovuti alla preparazione della macchina o della moka.
Apparentemente il semplice gesto di inserire una capsula ed erogare il caffè non produce alcuna problematica. Però vi sono una serie di aspetti che impattano negativamente:
In primo luogo la composizione delle capsule, realizzate con materiale non riutilizzabile e derivanti da fonti non rinnovabili.
La maggior parte delle capsule, infatti, è composta da materiale plastico (polietilene PE e polietilentereftalato PET), alluminio e fondi di caffè.
Di fatto la composizione della capsula di caffè non permette un suo riciclo se non con processi che implicano un consumo energetico aggiuntivo con conseguente impatto ambientale, più elevato.
Inoltre la presenza di un imballo secondario per la vendita del caffè in capsule, solitamente cofanetti o confezioni in cartoncino verniciato, implica una ulteriore gestione di materiale.
E ancora se si pensa ai materiali che compongono la capsula ed in particolare all’alluminio, l’elemento di base per la produzione di tale materiale è la bauxite, tratta per lo più attraverso la deforestazione (miniere a cielo aperto in Brasile ed altre zone tropicali), inoltre il processo di produzione dell’alluminio, molto complessa, richiede un consumo energetico elevato e produce scarti anche tossici (fanghi e fumi).
Per chi conosce e svolge studi di LCA (Life-Cycle Assessment), studi sulla carbon footprint e water footprint, comprende subito che tale prodotto han valori molto peggiori di taluni altri prodotti alimentari.

L’utilizzo delle biocapsule
Alcuni produttori hanno iniziato a proporre capsule realizzate con plastiche biodregadabili e/o materiali compostabili. Ma questa soluzione apparentemente vantaggiosa, è davvero percorribile? Il caffè in capsule biodegradabili e/o compostabili permette di smaltire sia il caffè che la capsula direttamente come frazione di rifiuto organico, inoltre concorre alla riduzione del consumo di bauxite ed idrocarburi che sono i componenti primari delle normali capsule da caffè. Tuttavia non risolvono il problema di ridurre il materiale di imballaggio (cartoncino e confezione secondaria) né quello di poter essere riutilizzate, né migliorano la produzione di compost nella sua fase finale di setacciatura.

E per la salute?
Attualmente l’utilizzo di questa metodologia di consumo espone il consumatore a rischi superiori rispetto al caffè macinato. Ci riferiamo soprattutto a furani e metilfurani che si sviluppano a condizioni di alta temperatura ma che sono altamente volatili.
L’utilizzo di capsule confina in uno spazio molto ridotto il caffè che di fatto non impedisce la dispersione dei composti organici. Inoltre nella sua fase di dosaggio nella macchina da caffè, il prodotto è sottoposto a forte stress termico che aumenta la concentrazione di metilfurani e furani.
A tal proposito si ricordano le misure di attenuazione e relativi livelli di riferimento previste nel Regolamento UE 2158 del 2017.

Nel 2020 l’aggiornamento dal vecchio al nuovo standard

“La certificazione FSSC 22000 – Versione 5. Le principali novità della nuova versione pubblicata a giugno”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, luglio 2019, autore Marco Valerio Francone • 

Lo standard FSSC 22000 è lo schema di certificazione che più si ispira ai temi e ai requisiti della sicurezza alimentare.
È uno schema fra i più diffusi ed utilizzati a livello mondiale e si basa sui requisiti della norma ISO 22000 che è alla sua versione 2018.
Oltre a questi requisiti sono contemplati alcuni requisiti degli schemi di certificazione approvati e validati dal Global Food Safety Initiative (GFSI) che rendono lo standard FSSC 22000 paritetico a schemi normalmente richiesti dalla GDO quali BRC, GSFS e IFS Food.
Il 3 giugno 2019 è stata pubblicata la nuova versione 5 dello standard FSSC 22000, aggiornata sulla base dei nuovi requisiti della norma UNI EN ISO 22000:2018 e requisiti del GFSI. Vediamo quali sono in sunto le principali novità.
Se guardiamo alla nuova versione di ISO 22000:2018 a cui FSSC fa capo, è facile notare l’inclusione di importanti modifiche non solo verso i requisiti legati ai processi di sicurezza alimentare ma soprattutto in termini di impatto della Direzione sulle scelte aziendali nonché la valutazione dell’impatto del contesto aziendale sul risultato finale dei processi.
Uno dei maggiori cambiamenti dello standard FSSC 22000 versione 5 è rappresentato dall’adozione della struttura ad alto livello ISO (HLS) comune a tutti i nuovi standard del sistema di gestione e che porta all’analisi dei rischi non solo operativo ed in termini di processo, ma anche a livello strategico e direzionale.

Modifiche dovute all’introduzione dell’HLS

  • Contesto aziendale e parti  interessate: sono introdotte nuove clausole per la gestione e monitoraggio del contesto aziendale.
  • Esigenze e aspettative delle parti interessate: sono richieste specifiche valutazioni per identificare e comprendere i fattori che possono incidere (o non incidere) sulla capacità del sistema di gestione di raggiungere gli obiettivi.
  • Leadership e impegno della direzione: è richiesto maggior impegno, coinvolgimento e responsabilità da parte della Direzione per garantire l’efficacia del sistema di gestione.
  • Gestione del rischio: oltre a un’analisi del rischio strategico, la norma richiede di determinare e, se necessario, intraprendere azioni per affrontare i rischi o gestire le opportunità. Lo scopo è migliorare la capacità del sistema di gestione di raggiungere gli obiettivi.
  • Requisiti per aumentare l’attenzione sulla gestione degli obiettivi come fattori di miglioramento.
  • Comunicazione: viene data maggiore importanza alla comunicazione come strumento efficace di crescita, compresa la determinazione di cosa, quando e come comunicare.
  • Sicurezza alimentare: le informazioni documentate sono ancora richieste e devono essere controllate e adeguatamente protette.

Modifiche per la gestione della sicurezza alimentare
Lo standard FSSC 22000 versione 5 pone maggiore enfasi sul ciclo Plan-Do-Check-Act, strutturando però la sua applicazione su due livelli:

  • a livello di sistema di gestione
  • a livello dei principi dell’HACCP

Questo concetto pone soprattutto sul secondo livello una forte somiglianza con i principi espressi negli altri schemi approvati dal GSFI.
Ulteriori modifiche dello standard FSSC 22000 versione 5 sono, invece, di carattere operativo con la presenza di documenti tecnici che definiscono PRP specifici per categoria seppur questi documenti non siano variati.
Ad esempio:
ISO / TS 22002-1 (alimenti),
ISO / TS 22002-2 (catering),
ISO / TS 22002-4 (imballaggio), ISO TS 22002-6 (mangimi),
NEN / NTA 8059 (trasporto e stoccaggio) e
PAS 221 (vendita al dettaglio).

La versione FSSC 22000 v4.1 potrà essere auditata e quindi applicata come prima certificazione fino a 31 dicembre 2019.
Dal 1° gennaio 2020 le aziende che vorranno certificarsi saranno vincolate allo standard FSSC 22000 versione 5. Tutti certificati FSSC 22000 v4.1 non saranno più validi dopo il 29 giugno 2021.
L’aggiornamento dalla vecchia versione al nuovo standard FSSC 22000 versione 5 dovrà essere effettuata da tutte le organizzazioni tra il 1 ° gennaio 2020 e 31 dicembre 2020.

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Il mutuo riconoscimento nella commercializzazione dei MOCA

“Materiali e oggetti destinati al contatto alimentare. Ove la normativa non è armonizzata, come regolarsi?”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, giugno 2019, autore Marco Valerio Francone • 

La commercializzazione dei materiali e oggetti destinati al contatto alimentare, rappresenta un problema spesso ricorrente nella filiera dei MOCA. Molte società infatti non sempre riescono a produrre direttamente e quindi acquistano anche da paesi esteri per poi attuare un processo di commercializzazione dei materiali e oggetti destinati al contatto alimentare nel nostro paese. Nel presente articolo cercheremo di fare chiarezza su questo aspetto legato al concetto di “food contact” valutando in senso generale la situazione e non concentrandosi su una specifica categoria di prodotti.

Il quadro normativo generale
Attualmente la regolamentazione in merito ai prodotti e oggetti destinati al contatto alimentare o MOCA definisce una situazione armonizzata a livello UE ma non per tutti i tipi di materiali food contact, che rimangono quindi soggetti a normative di carattere nazionale e spesso verticale. In particolare, la Commissione UE ha emanato le seguenti norme armonizzate nonché successivi aggiornamenti ed integrazioni.

  • Regolamento (UE) n. 10/2011 e succ. mod.ni relativo ai materiali ed oggetti destinati al contatto alimentare di natura plastica;
  • Regolamento CE 282/2008 relativo ai materiali ed oggetti destinati al contatto alimentare composti da plastica riciclata;
  • Regolamento CE 450/2004 relativo ai materiali e i packaging attivi o intelligenti;
  • Direttiva 84/500/CE relativa ai prodotti a base di ceramiche;
  • Direttiva 2007/42/CE relativa ai film di cellulosa rigenerata.

Come evidente dall’elenco, solo alcune materie sono state regolamentate con carattere direttamente applicabile in tutti gli Stati Membri (Regolamenti). Le direttive invece, necessitando di un recepimento specifico a livello di stati membri (SM), possono comportare quindi significativi scostamenti dal testo originale emanato a livello UE.
Non dobbiamo però dimenticare che a livello UE tutti i materiali ed oggetti destinati al contatto alimentare o MOCA rispondono alla norma quadro ovvero il Regolamento UE 1935/2004, il quale stabilisce principi e obblighi generali in materia di sicurezza ed etichettatura dei MOCA, nonché in tema di redazione e rilascio della dichiarazione di conformità. Un ulteriore riferimento normativo armonizzato e derivante dal Regolamento UE 1935/2004 è stato emanato due anni dopo con il Regolamento UE 2023/2006 sulle buone pratiche di fabbricazione per i materiali ed oggetti destinati al contatto alimentare.
Sempre parlando del Regolamento UE 1935/2004, l’art. 6 fa salve le specifiche misure nazionali in quelle aree che non sono armonizzate a livello UE “[…] non impedisce agli Stati membri di mantenere o adottare disposizioni nazionali, a condizione che siano conformi alle norme del trattato.”, purché non siano in violazione con le norme quadro e con la libera circolazione dei beni sul mercato unico.

Il principio del mutuo riconoscimento
Il problema maggiore che si trovano ad affrontare le aziende operanti nella produzione e /o commercializzazione di materiali e oggetti destinati al contatto alimentare, ed in relazione alle aree ed ai MOCA non armonizzati, è il riuscire a valutare correttamente il campo di applicazione delle molteplici normative comunitarie e nazionali, che interessano i loro beni e processi.
Potenzialmente ogni azienda potrebbe trovarsi a valutare normative differenti per singolo SM dove necessita o vuole iniziare una commercializzazione di materiali e oggetti destinati al contatto alimentare.
Per limitare questo fenomeno, in parte dannoso al commercio stesso, la giurisprudenza comunitaria applica il principio del mutuo riconoscimento che prevede la possibilità di distribuire e commercializzare in uno o più SM, prodotti legalmente fabbricati o commercializzati in un altro SM della UE, anche nel caso in cui tale prodotto non sia conforme alle norme vigenti negli SM di destinazione.
Il principio si basa sulla presunzione che un prodotto legalmente fabbricato o immesso sul mercato in un singolo SM offra un adeguato livello di protezione della salute dei consumatori e dell’ambiente, e che, di conseguenza, tutti gli altri SM ne debbano accettare la commercializzazione sul proprio territorio.
Tale teoria giuridica prende le mosse direttamente dal principio della libera circolazione delle merci tra gli SM della UE, riconosciuto dagli artt. 34 e 36 del Trattato sul funzionamento della UE.
Ci sono diversi casi giuridici che negli anni hanno supportato il principio del mutuo riconoscimento come strumento commerciale valido ai fini della sicurezza alimentare e dei beni in generali. Ovviamente non senza limitazioni o preclusioni verso casi in cui l’azienda non operasse in modo proporzionato agli obiettivi perseguiti (cioè la sicurezza del consumatore).

In ogni caso l’azienda e anche lo SM sono tenuti a valutare i rischi specifici e la probabilità che tali si verifichino, stimando una gravità prevedibile delle conseguenze. In pratica il principio del mutuo riconoscimento si basa su una valutazione del rischio secondo criteri scientificamente validi ed internazionalmente riconosciuti.
Solo nel caso in cui, soddisfatti i punti sopra citati e sia dimostrato che non è possibile raggiungere l’obiettivo con una misura meno restrittiva della libera circolazione delle merci, il legislatore potrà adottare salvaguardie che eludano il principio del mutuo riconoscimento.
A questo devono aggiungersi considerazioni legate alla libera circolazione delle merci negli stati membri e alla equità dei paesi stessi (principi sanciti dalla Corte di Giustizia UE), che nonostante valutazioni che possono limitare la commercializzazione dei prodotti, queste non devono essere discriminatorie di prodotti legalmente fabbricati e commercializzati in altri SM, in particolare in favore dei prodotti nazionali. Lo SM dovrà quindi dimostrare, oltre alla sostanziale conformità del prodotto, che l’eventuale limitazione alla commercializzazione è giustificata da ragioni di tutela della salute pubblica ed è proporzionata agli obiettivi.
Il principio del mutuo riconoscimento, a livello UE e applicato alla commercializzazione di materiali e oggetti destinati al contatto alimentare, riscontra ancora oggi molte resistenze, ed in pochi atti di legislazione nazionale esso è riconosciuto da esplicite clausole.
Infine è necessario ricordare come in situazioni nelle quali viene stabilita la presenza di un rischio concreto per la salute pubblica, ogni stato membro può derogare al principio del mutuo riconoscimento, ai sensi del Regolamento CE 764/2008, e del Regolamento CE 178/2002, nonché al Regolamento CE 882/2004 sui controlli ufficiali.

Le liste positive
Le liste positive sono liste ufficiali relative a sostanze che EFSA o enti privati autorizzati, hanno decretato “sicure per l’utilizzo” nella fabbricazione di materiali e oggetti destinati al contatto con alimenti. Spesso tali sostanze sono autorizzate con limitazioni di impiego o limiti specifici o ancora sono parte dei procedimenti di pre-autorizzazione quando nelle SM sono in vigore leggi che lo permettono.
Tuttavia anche dove le leggi nazionali non prevedono una procedura di pre-autorizzazione e quindi la conformità di un materiale si basa solo su liste positive di sostanze autorizzate, può accedere che in mancanza di una procedura di autorizzazione semplificata per le sostanze legalmente commercializzate in un altro SM, il prodotto realizzato non sia riconosciuto idoneo. In caso di discrepanze tra la lista positiva di uno stato membro e quella di un altro stato membro sempre all’interno della UE, la commercializzazione di materiali e oggetti destinati al contatto alimentare o MOCA legalmente fabbricati secondo gli standard del primo stato membro, all’interno del secondo stato membro, potrebbe essere sanzionato dalle autorità competenti locali del paese di destinazione, secondo la propria legislazione vigente.
La frammentazione normativa fra gli stati membri e la mancanza di un comparto normativo armonizzato sono attualmente il maggiore fattore di limitazione alla commercializzazione di materiali e oggetti destinati al contatto alimentare o MOCA.

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Lo studio della LCA

“Il Life Cycle Assessment come strumento di valorizzazione del prodotto”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, maggio 2019, autore Marco Valerio Francone • 

Che cosa è la LCA
Una corretta strategia commerciale non può più esimersi dal considerare un prodotto o un servizio in relazione al suo impatto sull’ambiente in cui viene realizzato, utilizzato e smaltito. Il Life Cycle Assessment o LCA rappresenta un preciso studio del ciclo di vita di un prodotto o anche di servizio attraverso l’analisi di tutti i processi che compongono la sua “vita”.
Lo studio del Life Cycle Assessment applicato ad un prodotto o ad un servizio è stato riconosciuto dalla stessa Commissione Europea come una metodologia comune di valutazione degli impatti sull’ambiente e di quantificazione dei carichi energetici considerato in tutte le sue fasi.
Eseguire uno studio del LCA significa classificare gli impatti ambientali e valutare in modo quantitativo gli impatti potenziali che l’intero processo può causare all’ecosistema attraverso il consumo di carbonio e acqua per esempio (certificazione Carbon Footprint e certificazione Water Footprint) ma anche alla salute umana (Smog, tossicità) nonché sulla riduzione delle risorse rinnovabili e non rinnovabili.

Come la LCA può favorire una politica commerciale
Lo studio del Life Cycle Assessment fa parte della Politica Integrata di Prodotto di un’azienda che vuole dimostrare ai consumatori un impegno deciso e formale verso l’ecosistema.
Uno studio della LCA e la sua successiva applicazione aiuta a minimizzare gli impatti che un prodotto o servizio può avere sull’ambiente, tramite l’analisi delle fasi del ciclo di vita (Life Cycle Thinking) dall’estrazione delle materie prime, al processo di produzione, trasformazione, distribuzione, utilizzo, compreso lo smaltimento dei rifiuti.
Lo studio evidenzia infatti le fasi della filiera produttiva che impattano maggiormente sull’ambiente e stabilisce quali strategie di miglioramento possono essere applicate dall’Organizzazione.
Anche la valutazione del prodotto in sé rappresenta un fattore di indagine attraverso l’analisi dei componenti e del loro impatto sull’ecosistema (ingredienti, materiali, packaging, ecc..).
Il risultato della LCA è la redazione di un’etichettatura ambientale volontaria, la Dichiarazione Ambientale di Prodotto che viene esposta sul prodotto.
Il consumatore quindi può valutare e comparare le varie LCA sui prodotti e fare una scelta ponderata e consapevole, spesso non legata solo ad aspetti economici. Lo studio del Life Cycle Assessment segue i dettami della norma UNI EN ISO 14044:2006, uno standard internazionale che valuta scientificamente gli impatti ambientali causati direttamente dalle attività di un’organizzazione.

Quali vantaggi per un’organizzazione
L’impegno verso un impatto ecologico ridotto rappresenta ad oggi uno dei principali temi soprattutto per il settore alimentare e degli imballaggi alimentari.
La qualità del prodotto e del servizio, inteso come impatto ambientale, rappresenta uno strumento di competitività sul mercato ma anche un plus commerciale verso i consumatori, che possono riconoscere l’impegno dell’organizzazione verso le tematiche ambientali.
Inoltre l’applicazione di un sistema finalizzato all’efficienza energetica ed al rispetto dell’ambiente con il preciso intento di ridurre degli impatti ambientali comporta un sensibile risparmio energetico interno e, di conseguenza, una razionalizzazione economica delle risorse finanziarie che possono essere ridistribuite su altri settori aziendali.

Lotto e scadenza

 

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