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La sostituzione della plastica ed il ritorno della carta

“I risultati di uno studio condotto a livello europeo. Correlazione fra utilizzo e fattori di rischio fra la carta e la plastica ”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, novembre 2019, autore Marco Valerio Francone • 

La Direttiva Europea 2019/904 UE sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente ha sancito un percorso di progressiva esclusione della plastica che si concluderà nel 2021.
La plastica ad oggi rappresenta l’elemento di base di molti dei più comuni oggetti utilizzati sia nel mondo alimentare professionale che domestico, la sua sostituzione pone però un grande quesito ovvero quale sia il materiale più idoneo per un suo rimpiazzo.
Oltre ai limiti tecnologici ed economici che ad oggi molti dei sostituti della plastica mettono in evidenza, un importante fattore di scelta è legato alla normativa cogente a cui fare riferimento per poter dichiarare un materiale idoneo al contatto alimentare.
Mentre per la plastica esiste una Normativa Europea unificata ovvero il Regolamento UE 10/2011 a cui fanno seguiti i vari emendamenti, per altri materiali non vi sono normative armonizzate a livello comunitario.
Il primo e più diretto concorrente della plastica e che si candida ad essere il suo sostituto è la carta. Oltre ai regolamenti comunicati quali il Regolamento CE 1935/2004 e Regolamento CE 2023/2006, in Italia questo elemento è normato in modo specifico dal Decreto del 21 marzo 1973 (e succ. mod.) che stabilisce i requisiti di composizione e di purezza per la carta destinata al contatto con alimenti.
Se guardiamo, però, ad altri paesi Europei è facile constatare come vi siano differenze anche importanti fra gli stati in merito alla conformità della carta al contatto con alimenti.
La Germania, ad esempio, autorizza l’utilizzo di carta e cartone di riciclo previa verifica della conformità per tutti i tipi di alimenti con limitate eccezioni (carte per cucinare, carte per cottura in forno).
La Francia segue un profilo simile alla Germania, ma impone una limitazione sulle carte da filtro a caldo e cottura.
In Italia tali condizioni di utilizzo non sono ammesse.
In mancanza di un quadro legislativo unificato a livello Europeo, alcune associazioni di categoria si sono mosse negli anni, stabilendo specifiche linee guida che possano quindi essere utilizzate come atti ufficiali in assenza di una normativa maggiormente autorevole.
È il caso delle “Linee Guida per la valutazione dell’idoneità al contatto con alimenti del packaging realizzato con materiale proveniente da riciclo”, pubblicate dall’Istituto Italiano Imballaggio con il contributo di Assocarta, Comieco e alcuni laboratori.
È seguito un documento tecnico del Consiglio Europeo sulla Carta e Cartone (COE), la “Resolution Resap on paper and board materials and articles intended to be in contact with foodstuffs”.
Ancora, e non ultimo, nel 2012 il CEPI ha pubblicato le “Linee Guida per la conformità di carta e cartone a contatto con alimenti” sui metodi di analisi.
È, infine, di recente pubblicazione uno studio specifico da parte della BEUC, l’associazione europea dei consumatori che riunisce più di 40 associazioni nazionali, il “More than a paper tiger” (più di una tigre di carta). Lo studio ha lo scopo di individuare potenziali criticità sull’impiego di carta a fronte dell’uscita di scena dalla plastica dal 2021 e riporta i risultati analitici su 76 articoli di carta alimentare dichiarata idonea al contatto alimentare.
Fra gli articoli sottoposti a test troviamo: cannucce, tovaglioli, sacchetti per il pane, tazze da caffè, bicchieri, piatti, imballaggi per alimenti secchi.
I risultati analitici però hanno mostrato un quadro preoccupante per quanto riguarda la sicurezza alimentare: nel 17% dei campioni esaminati è stata riscontrata la presenza di ammine aromatiche primarie e fotoiniziatori come il benzofenone. Di questi campioni ben 9 presentavano livelli di ammine aromatiche superiori ai limiti ammessi per dichiarare il prodotto idoneo al contatto con l’alimento.
La presenza di fotoiniziatori è invece correlabile all’utilizzo in fase di produzione di inchiostri da stampa: solo cinque campioni non hanno dimostrato la loro presenza.
Su 50 campioni dei 76 analizzati sono stati riscontrati livelli di migrazione eccedenti rispetto ai limiti previsti dall’ordinanza svizzera (600 µg/kg di alimento per il benzofenone e 10 µg/kg di alimento per sostanze non contemplate nella legge svizzera).
I risultati del “More than a paper tiger” sono stati comparati con altrettanti studi, ad esempio quello eseguito nel 2016 dal JRC (Joint Research Centre) della Commissione europea sul contenuto di ammine aromatiche primarie in tovaglioli di carta colorata, oppure dal BfR, l’Istituto di valutazione del rischio tedesco.
In linea generale, questi risultati confermerebbero che la carta ed il cartone stampato presentano rischi elevati per la sicurezza alimentare e il loro utilizzo come materiali ed oggetti idonei al contatto alimentare è tutt’altro che assicurato.
Le criticità maggiori sono riscontate nella carta e legate soprattutto alla presenza di inchiostri da stampa per gli imballi alimentari.
L’assenza di una chiara legislazione armonizzata a livello Europeo rappresenta a oggi l’elemento debole di questo settore.
Lasciare la plastica, quindi, potrebbe essere quindi un passo rischioso seppur doveroso.
Mentre, infatti, la plastica gode di un quadro regolatorio chiaro e fondato su studi decennali sull’impatto verso la salute, i nuovi materiali basati sulla carta e cartone mancano di una chiara valutazione dei rischi nonché di limiti armonizzati a livello UE.
Se la sostituzione della plastica è davvero la via migliore in termini di tutele dall’ecosistema, forse la soluzione potrebbe trovarsi su una dilazione temporale maggiore, cosicché si possa tutelare oltre che l’ambiente anche il consumatore.

 

MOCA. Qualche chiarimento specifico

 

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La gestione del rischio e la norma ISO 31000:2018

“Uno degli standard meno conosciuti del settore alimentare. Approccio corretto per acquisire vantaggio competitivo”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, ottobre 2019, autore Marco Valerio Francone • 

La gestione del rischio o risk management rappresenta una delle principali attività che una moderna azienda deve saper affrontare con lungimiranza e competenza per mantenere una posizione sul mercato.
Al fine di sviluppare un approccio corretto alla gestione del rischio un’organizzazione può basarsi su uno degli standard meno conosciuti nel settore alimentare, la norma ISO 31000:2018.
Lo standard ISO 31000:2018 è invece una norma internazionale applicabile a tutte quelle aziende che vogliono effettuare un accurato risk management.
Richiede di eseguire uno studio specifico della propria struttura ed ha lo scopo di individuare, prevenire e gestire tutti i rischi che possono ragionevolmente impattare sulla continuazione e sviluppo del business.
Oggi, infatti, il concetto di azienda può essere definito come “il raggiungimento dei propri obiettivi attraverso l’acquisizione di vantaggi competitivi, con un costante impegno nel migliorare e perfezionare i propri standard qualitativi, livelli di efficienza e di produttività, attraverso processi dinamici e in continua evoluzione”.
Questa definizione cela al suo interno importanti fattori quali il cambiamento continuo del contesto dell’Organizzazione, analisi dei risultati e storicità, organizzazione della crescita in modo da acquisire vantaggi competitivi.
Si percepisce subito che tali processi comportano rischi differenti ma correlati.
La gestione del rischio o risk management presuppone quindi la presenza di un corretto approccio alla gestione dello stesso ovvero possedere la capacità di individuare le aree ed i processi che possono rappresentare un vantaggio competitivo, se sfruttati nel modo corretto favorendo così cambiamenti positivi del business.

Che cosa è la gestione del rischio
Risk Management = (risk identification + risk analysis + risk evaluation) + risk treatment
L’approccio organizzato alla gestione del rischio nasce e si sviluppa dal settore finanziario dove la valutazione del rischio del credito rappresenta uno dei primi esempi di attività, culminata a livello di approccio globale nell’ERM (Entreprise Risk Management).
L’ultimo esempio di EMR lo ritroviamo a livello del regolamento UE 679/2016 General Data Privacy Regulation (GDPR). Il regolamento sulla privacy si basa, infatti, sulla gestione del rischio relativo alla gestione, tra cui anche la perdita, di dati sensibili.
Molti dei concetti che ritroviamo nel regolamento UE 679/2016, sono contenuti nello standard ISO 31000:2018 sul risk management.

Quali sono i rischi e come individuarli
Il rischio può essere definito comunemente come l’imprevedibilità degli eventi futuri su un fattore dove è noto il suo valore. Se applichiamo questa definizione a una moderna azienda, il rischio è l’imprevedibilità degli eventi futuri sul raggiungimento degli obiettivi prefissati o su taluni processi di importanza strategica per la crescita.
I maggiori rischi che possiamo considerare oggi se parliamo di aziende moderne sono legati sia alla sicurezza del prodotto (alimentare, verso l’utilizzatore, di immagine, ecc…) ma anche di business (solidità finanziaria, stabilità nella catena di fornitura, competenze interne, ecc…).

Che cosa propone la norma ISO 31000:2018
La norma si rinnova introducendo miglioramenti nella sua struttura, oggi più semplice e chiara, mantenendo al contempo i concetti chiave della precedente versione.
Le maggiori modifiche sono riassunte nei seguenti punti:

  • cambiamento dei principi di gestione del rischio come fattore critico per il successo dell’organizzazione;
  • focalizzazione della gestione del rischio come opportunità per una crescita sostenibile;
  • maggiore attenzione sul ruolo dell’alta direzione come elemento portante fra la gestione del rischio e la governance dell’impresa;
  • maggiore importanza sulla comunicazione ed interattività dei processi nella gestione del rischio;
  • semplificazione generale dei contenuti al fine di renderli maggiormente applicabili anche da Organizzazioni meno strutturate.

Uno dei maggiori cambiamenti della nuova versione della norma ISO 31000:2018 è la caratteristica della ciclicità del risk management, aspetto comune anche alla norma ISO 9001:2015. Fa parte del concetto di miglioramento continuo attraverso un’analisi continua dei dati e dei processi.
Tale aspetto implica che una corretta gestione del rischio si basi su una analisi specifica dei singoli processi, portando alla valorizzazione del singolo come parte integrante di un processo generale, ovvero l’azienda stessa.

La struttura della norma ISO 31000:2018
Molti dei processi legati alla gestione del rischio richiamano gli stakeholders, l’alta direzione e la gestione dei processi come principale elemento da tenere in considerazione. In particolare un corretto approccio al miglioramento continuo non può esimersi da una logica di sviluppo basata su:

  • l’integrazione dei fattori;
  • una corretta progettazione;
  • l’implementazione eseguita sotto un controllo costante;
  • una valutazione continua dei risultati ottenuti.

Da questo punto di vista l’importanza maggiore viene dall’alta direzione come elemento di input e revisione del modello di gestione del rischio, garantendo in primis leadership ed impegno, oltre che una definizione di regole e linee guida (statement or policy), la definizione di obiettivi chiari e condivisi, la messa a disposizione di risorse nonché una politica di coinvolgimento di tutto il personale che rappresenta un vantaggio nella gestione del rischio: “Everyone in an organization has responsibility for managing risk”.

 

Import/Export AUSTRALIA

 

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La cultura della sicurezza alimentare

“Il concetto preso in esame dal BRC GSFC edizione 8.
Significato e prime indicazioni applicative”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, settembre 2019, autore Marco Valerio Francone • 

Il concetto di “cultura della sicurezza alimentare” è stato fortemente preso in esame nel nuovo standard BRC GSFS edizione 8. In realtà era già presente nelle versioni precedenti del medesimo standard e più in generale è un concetto che trasversalmente ritroviamo negli schemi approvati dal GSFI relativi alla qualità e sicurezza alimentare.
Il concetto di cultura della qualità e della sicurezza alimentare è citato al capitolo 1 “Impegno della Direzione” dello standard GSFS edizione 8.
“La direzione del sito dovrà garantire la definizione e il mantenimento di un piano chiaro per lo sviluppo e il miglioramento costante di una cultura della qualità e della sicurezza alimentare. Tale piano comprende:

  • attività definite in tutte le sezioni dello stabilimento che abbiano un impatto sulla sicurezza dei prodotti;
  • un piano d’azione che illustri come tali attività saranno svolte e controllate, unitamente alle tempistiche previste per la loro attuazione;
  • la revisione dell’efficacia delle attività svolte.”

Analizzando nel dettaglio il requisito, lo standard esplicita la redazione di un piano dinamico e in continua implementazione, realizzato e aggiornato dalla Direzione aziendale. Il piano dovrà essere destinato a tutti i reparti che abbiano impatto sulla sicurezza dei prodotti e dovrà definire le modalità e i tempi di applicazione e controllo delle attività in esso previste.
Il piano dovrà essere periodicamente revisionato e tale revisione dovrà essere definita formalmente.

Il significato di “Cultura della sicurezza alimentare”
Il Global Food Safety Initiative (GFSI) ha definito la Cultura della sicurezza alimentare come “I valori condivisi, le opinioni e le regole che influenzano la mentalità e il comportamento nei confronti della sicurezza alimentare attraverso e all’interno di un’organizzazione”.
Questa definizione è ampiamente empatica e cela alcuni fattori fondamentali che devono essere alla base dei moderni processi per la sicurezza alimentare. Analizzando con maggiore attenzione la definizione, è possibile infatti notare che:

  • Viene sottolineato l’elemento di condivisione, di gruppo, di organizzazione nell’insieme. Questo riguarda in particolare il fatto che, qualunque tipologia di regola, di valore e opinione in un sistema complesso di persone come un’azienda, viene percepita sia individualmente, sia collettivamente. Il ruolo della direzione in questo percorso è quindi determinante.
  • L’influenza del gruppo, inoltre, ha impatto anche sulla mentalità e sul comportamento del singolo che quindi viene influenzato (sia positivamente ma anche negativamente) all’interno dell’organizzazione e dei sui processi.
  • La cultura per la sicurezza alimentare non può essere uguale per tutti, non è un concetto assoluto. Ogni individuo ha dei comportamenti e delle aspettative diverse nei confronti della sicurezza alimentare, maturate dalla sua personale esperienza e mitigate dalla formazione. Saper uniformare il concetto di cultura della sicurezza significa agire alla base della conoscenza del singolo e renderlo partecipe di un percorso di formazione.

Al fine di ottenere un piano per la cultura della sicurezza alimentare efficace ed efficiente, questo dovrà essere in grado di considerare tutti i fattori psicologici, culturali e individuali che possono avere un impatto sul sistema nel suo complesso e sugli individui che lo compongono. Rappresenta quindi un obiettivo strategico di una direzione.

Il ruolo della direzione
La cultura della sicurezza alimentare è un concetto che deve necessariamente essere trasmesso dall’alta direzione aziendale. È la direzione, sulla base dei propri obiettivi e della propria politica della qualità e della sicurezza alimentare, a stabilire i requisiti e le aspettative nei confronti della sicurezza alimentare e della qualità. Di concerto, le funzioni aziendali dovranno capire, comprendere e assimilare queste aspettative, rendendole procedure operative. Nell’implementare di un piano per la cultura della sicurezza alimentare, la presenza di politiche e dichiarazioni di impegno non sono sufficienti, è necessario infatti agire concretamente dimostrando che l’impegno a sviluppare, mantenere e implementare una cultura per la sicurezza parte dall’alto, dalle figure leader dell’organizzazione per essere poi diffusa a tutti i dipendenti, fino ai livelli inferiori. Per fare ciò, è importante utilizzare metodi di comunicazione efficaci, chiari e adatti ad ogni destinatario, impostare un programma di coinvolgimento interno delle figure, dare l’opportunità di esprimere un proprio punto di vista e proporre una propria soluzione.

Come soddisfare il requisito?
Sviluppare e rendere operativo un piano per la cultura della sicurezza alimentare è sicuramente un processo che necessita di un impegno da parte di tutti i livelli aziendali. Il primo passo è quello di definire e comprendere lo status quo aziendale, ovvero la situazione attuale in cui l’azienda si trova.
Un importante passaggio è quello di comprendere e anche accettare il livello effettivo dello stato di maturità dell’azienda, elemento non sempre semplice da ottenere e al contempo misurare quale è il livello percepito in merito alla cultura della sicurezza alimentare che, spesso, non è sempre immediatamente comprensibile.
Un valido approccio è quello delle domande, anonime ma specifiche, attraverso questionari interni al fine di comprendere i livelli percepiti e promossi rispetto alla cultura della sicurezza alimentare. L’utilizzo di questionari aiuta a valutare possibili miglioramenti.
Tra le attività che possono essere svolte per sviluppare un piano della cultura per la sicurezza alimentare ci sono, per esempio:

  • questionari per tutti i dipendenti, in forma anonima;
  • valutazione dei reclami dei dipendenti;
  • analisi del lavoro di squadra;
  • esito della formazione annuale;
  • grado di soddisfazione interna.

Come detto, il piano per la cultura della sicurezza alimentare è un processo strategico e quindi deve essere periodicamente monitorato e riesaminato ma non per forza con frequenze annuali, bensì in base alle necessità e agli obiettivi che la direzione intende perseguire.
Il piano per la cultura della sicurezza alimentare dovrebbe inoltre considerare il contesto attuale dell’organizzazione, i piani di miglioramento previsti, una verifica della sua applicazione e i metodi di revisione e correzione di situazioni ancora non implementate.
Le valutazioni fatte devono essere basate su dati oggettivi, misurabili e verificabili.

 

Accordo di associazione UE-MERCOSUR

 

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Il caffè in capsule e l’impatto ambientale

“I rischi per il futuro”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, agosto 2019, autore Marco Valerio Francone • 

Il caffè in capsule rappresenta una dei maggiori prodotti consumati sia a livello Ue che a livello mondiale.
La diffusione di strumenti sia professionali che domestici per l’erogazione di caffè, unito alla sempre maggiore necessità di contenere i tempi (ed i costi), hanno spinto il caffè in capsule verso i vertici degli alimenti più acquistati.
Sotto la spinta commerciale di alcune multinazionali verso una nuova tipologia di consumo di questo alimento, ovvero il caffè in capsule, le abitudini e le logiche imprenditoriali di una buona parte del pianeta stanno velocemente cambiando.
Se guardiamo ai numeri della sola Europa occidentale il caffè in capsule o cialde rappresenta un mercato di circa 18 milioni di euro in costante crescita.
In Italia, i numeri sono ancora maggiori con una crescita dei volumi di 10 volte superiore rispetto al caffè macinato (dati 2018).
Anche le previsioni per i prossimi 8 anni circa ipotizzano un raddoppio del consumo di caffè in capsule rispetto ai dati 2017/2018. Ma questa crescita è a costo zero? La risposta è “no”.

L’impatto ambientale del caffè in capsule
La facilità di utilizzo del caffè in capsule è solo ciò che il consumatore percepisce quando decide, consapevolmente, di consumare un caffè.
La facilità di utilizzo nonché l’ampia scelta di gusti e tipologie ha spinto il mercato verso questa nuova tipologia di consumo.
Inconsapevolmente, però, la maggior parte degli utilizzatori ignora le fasi del processo che portano sia alla produzione di una capsula sia e soprattutto al suo smaltimento. Ogni giorno centinaia di milioni di consumatori in tutto il mondo producono decine di migliaia di tonnellate di imballaggi da destinare a discariche e inceneritori.
L’acquisto di caffè in capsule comporta indubbiamente un minor spreco del caffè stesso, questo in quanto in commercio esistono confezioni che contengono più tipologie di prodotto che possono quindi essere conservate sia a livello professionale che domestico limitando spazi, perdite di prodotto, deterioramento dello stesso per apertura delle confezioni. Inoltre non vi sono spechi dovuti alla preparazione della macchina o della moka.
Apparentemente il semplice gesto di inserire una capsula ed erogare il caffè non produce alcuna problematica. Però vi sono una serie di aspetti che impattano negativamente:
In primo luogo la composizione delle capsule, realizzate con materiale non riutilizzabile e derivanti da fonti non rinnovabili.
La maggior parte delle capsule, infatti, è composta da materiale plastico (polietilene PE e polietilentereftalato PET), alluminio e fondi di caffè.
Di fatto la composizione della capsula di caffè non permette un suo riciclo se non con processi che implicano un consumo energetico aggiuntivo con conseguente impatto ambientale, più elevato.
Inoltre la presenza di un imballo secondario per la vendita del caffè in capsule, solitamente cofanetti o confezioni in cartoncino verniciato, implica una ulteriore gestione di materiale.
E ancora se si pensa ai materiali che compongono la capsula ed in particolare all’alluminio, l’elemento di base per la produzione di tale materiale è la bauxite, tratta per lo più attraverso la deforestazione (miniere a cielo aperto in Brasile ed altre zone tropicali), inoltre il processo di produzione dell’alluminio, molto complessa, richiede un consumo energetico elevato e produce scarti anche tossici (fanghi e fumi).
Per chi conosce e svolge studi di LCA (Life-Cycle Assessment), studi sulla carbon footprint e water footprint, comprende subito che tale prodotto han valori molto peggiori di taluni altri prodotti alimentari.

L’utilizzo delle biocapsule
Alcuni produttori hanno iniziato a proporre capsule realizzate con plastiche biodregadabili e/o materiali compostabili. Ma questa soluzione apparentemente vantaggiosa, è davvero percorribile? Il caffè in capsule biodegradabili e/o compostabili permette di smaltire sia il caffè che la capsula direttamente come frazione di rifiuto organico, inoltre concorre alla riduzione del consumo di bauxite ed idrocarburi che sono i componenti primari delle normali capsule da caffè. Tuttavia non risolvono il problema di ridurre il materiale di imballaggio (cartoncino e confezione secondaria) né quello di poter essere riutilizzate, né migliorano la produzione di compost nella sua fase finale di setacciatura.

E per la salute?
Attualmente l’utilizzo di questa metodologia di consumo espone il consumatore a rischi superiori rispetto al caffè macinato. Ci riferiamo soprattutto a furani e metilfurani che si sviluppano a condizioni di alta temperatura ma che sono altamente volatili.
L’utilizzo di capsule confina in uno spazio molto ridotto il caffè che di fatto non impedisce la dispersione dei composti organici. Inoltre nella sua fase di dosaggio nella macchina da caffè, il prodotto è sottoposto a forte stress termico che aumenta la concentrazione di metilfurani e furani.
A tal proposito si ricordano le misure di attenuazione e relativi livelli di riferimento previste nel Regolamento UE 2158 del 2017.

Nel 2020 l’aggiornamento dal vecchio al nuovo standard

“La certificazione FSSC 22000 – Versione 5. Le principali novità della nuova versione pubblicata a giugno”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, luglio 2019, autore Marco Valerio Francone • 

Lo standard FSSC 22000 è lo schema di certificazione che più si ispira ai temi e ai requisiti della sicurezza alimentare.
È uno schema fra i più diffusi ed utilizzati a livello mondiale e si basa sui requisiti della norma ISO 22000 che è alla sua versione 2018.
Oltre a questi requisiti sono contemplati alcuni requisiti degli schemi di certificazione approvati e validati dal Global Food Safety Initiative (GFSI) che rendono lo standard FSSC 22000 paritetico a schemi normalmente richiesti dalla GDO quali BRC, GSFS e IFS Food.
Il 3 giugno 2019 è stata pubblicata la nuova versione 5 dello standard FSSC 22000, aggiornata sulla base dei nuovi requisiti della norma UNI EN ISO 22000:2018 e requisiti del GFSI. Vediamo quali sono in sunto le principali novità.
Se guardiamo alla nuova versione di ISO 22000:2018 a cui FSSC fa capo, è facile notare l’inclusione di importanti modifiche non solo verso i requisiti legati ai processi di sicurezza alimentare ma soprattutto in termini di impatto della Direzione sulle scelte aziendali nonché la valutazione dell’impatto del contesto aziendale sul risultato finale dei processi.
Uno dei maggiori cambiamenti dello standard FSSC 22000 versione 5 è rappresentato dall’adozione della struttura ad alto livello ISO (HLS) comune a tutti i nuovi standard del sistema di gestione e che porta all’analisi dei rischi non solo operativo ed in termini di processo, ma anche a livello strategico e direzionale.

Modifiche dovute all’introduzione dell’HLS

  • Contesto aziendale e parti  interessate: sono introdotte nuove clausole per la gestione e monitoraggio del contesto aziendale.
  • Esigenze e aspettative delle parti interessate: sono richieste specifiche valutazioni per identificare e comprendere i fattori che possono incidere (o non incidere) sulla capacità del sistema di gestione di raggiungere gli obiettivi.
  • Leadership e impegno della direzione: è richiesto maggior impegno, coinvolgimento e responsabilità da parte della Direzione per garantire l’efficacia del sistema di gestione.
  • Gestione del rischio: oltre a un’analisi del rischio strategico, la norma richiede di determinare e, se necessario, intraprendere azioni per affrontare i rischi o gestire le opportunità. Lo scopo è migliorare la capacità del sistema di gestione di raggiungere gli obiettivi.
  • Requisiti per aumentare l’attenzione sulla gestione degli obiettivi come fattori di miglioramento.
  • Comunicazione: viene data maggiore importanza alla comunicazione come strumento efficace di crescita, compresa la determinazione di cosa, quando e come comunicare.
  • Sicurezza alimentare: le informazioni documentate sono ancora richieste e devono essere controllate e adeguatamente protette.

Modifiche per la gestione della sicurezza alimentare
Lo standard FSSC 22000 versione 5 pone maggiore enfasi sul ciclo Plan-Do-Check-Act, strutturando però la sua applicazione su due livelli:

  • a livello di sistema di gestione
  • a livello dei principi dell’HACCP

Questo concetto pone soprattutto sul secondo livello una forte somiglianza con i principi espressi negli altri schemi approvati dal GSFI.
Ulteriori modifiche dello standard FSSC 22000 versione 5 sono, invece, di carattere operativo con la presenza di documenti tecnici che definiscono PRP specifici per categoria seppur questi documenti non siano variati.
Ad esempio:
ISO / TS 22002-1 (alimenti),
ISO / TS 22002-2 (catering),
ISO / TS 22002-4 (imballaggio), ISO TS 22002-6 (mangimi),
NEN / NTA 8059 (trasporto e stoccaggio) e
PAS 221 (vendita al dettaglio).

La versione FSSC 22000 v4.1 potrà essere auditata e quindi applicata come prima certificazione fino a 31 dicembre 2019.
Dal 1° gennaio 2020 le aziende che vorranno certificarsi saranno vincolate allo standard FSSC 22000 versione 5. Tutti certificati FSSC 22000 v4.1 non saranno più validi dopo il 29 giugno 2021.
L’aggiornamento dalla vecchia versione al nuovo standard FSSC 22000 versione 5 dovrà essere effettuata da tutte le organizzazioni tra il 1 ° gennaio 2020 e 31 dicembre 2020.

Import/Export NUOVA ZELANDA

 

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