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Nuove misure per l’utilizzo dei materiali plastici

I fronti su cui saranno chiamati gli operatori economici”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, febbraio 2019, autore Marco Valerio Francone • 

Il problema dei materiali plastici e del loro smaltimento rappresenta ormai un argomento globale e di forte interesse soprattutto in merito al suo impatto verso l’ambiente.
Il Parlamento Europeo si è riunito il 24 ottobre 2018 per decidere sul destino di alcuni degli oggetti in plastica di comune utilizzo, al fine di limitarne l’utilizzo e garantire quindi una progressiva riduzione come oggetti di consumo.
La Commissione sta valutando infatti le misure necessarie e più efficaci per la riduzione dell’impatto ambientale e la salvaguardia dell’ambiente. I dati, infatti, dimostrano che circa l’80-85% dei rifiuti soprattutto marini è causato dall’abbandono e il deposito nei mari e sulle spiagge di materie plastiche, di cui il 50% è rappresentato dagli oggetti in plastica monouso e il 27% dagli articoli per la pesca persi, abbandonati o buttati.
I materiali in plastica monouso in genere hanno un impatto fortemente negativo sull’ambiente, a causa del breve ciclo di vita. La Commissione ha evidenziato, inoltre, come la presenza di questi materiali impatti non solo sull’ambiente, ma anche sul benessere di molti animali (pesci, uccelli, balene, tartarughe, ecc.) e sulla catena alimentare umana, attraverso l’ingestione dei residui da parte dei pesci e dei molluschi.

Gli obiettivi per il 2021

Al fine di concentrare gli sforzi laddove necessario, la Commissione ha emanato un accordo che porrà entro il 2021 il progressivo divieto di commercializzazione negli stati membri, di taluni oggetti di plastica monouso maggiormente utilizzati. Alcuni di questi sono stati identificati, ovvero: piatti, posate, cannucce, bastoncini per palloncini o cotton-fioc di plastica monouso.
Questi materiali e oggetti anche destinati al contatto alimentare (MOCA) dovranno essere sostituiti nell’Unione europea con prodotti costituiti da materiali più sostenibili. All’interno dell’elenco dei prodotti, inoltre, ritroviamo anche contenitori per alimenti in polistirolo espanso, nonché tutti i prodotti oxo-degradabili, ossia i materiali plastici (PE, PP, PS, PET), additivati di sostanze che le rendono rapidamente frammentabili in piccolissimi pezzi sotto l’effetto del calore e della luce UV, i quali risultano i maggiori responsabili della presenza di microplastiche negli oceani. Rientrano in queste categorie anche i sacchetti per frutta e verdura dei supermercati, contenitori per cibo da asporto in polistirene espanso e sacchetti di plastica in materiale ultraleggero, con l’esclusione dei soli prodotti che hanno una funzione igienica.

Sul fronte della produzione

Viene direttamente richiesto ai produttori di ridurre l’utilizzo di microplastiche per la composizione di prodotti di vari settori, quali pneumatici e i tessuti sintetici, che contribuiscono per il 63% delle microplastiche che finiscono direttamente nei mari.
Per i prodotti composti da materiali plastici per i quali non esiste attualmente alcuna composizione alternativa valida, la Commissione ha richiesto che vengano applicate tutte le misure possibili per trovare alternative valide e sostenibili.
L’accordo riguarda anche altri prodotti, quali ad esempio le tazze per le bevande, compresi i coperchi, i contenitori per alimenti immediatamente consumati (es. fast-food, insalate pronte, prodotti di gastronomia monoporzione), i contenitori di frutta e verdura e quelli dei gelati, i filtri di sigarette contenenti plastiche e le attrezzature per la pesca.
L’obiettivo primario è tuttavia l’applicazione di tutte le misure possibili per la raccolta e il riciclo dei materiali plastici. Ad esempio, una delle misure disposte è la raccolta separata delle bottiglie comunemente acquistate, con l’obiettivo di riciclarne fino al 90% entro il 2025, nonché l’autorizzazione all’immissione sul mercato solo se fabbricate con almeno il 35% di materiale riciclato e sono riciclabili.

I costi di smaltimento e ricliclaggio

Anche i costi di smaltimento e riciclaggio sono oggetto di attenzione da parte della Commissione in quanto i regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) sono in linea con il principio “chi inquina paga”, un obbligo stabilito dal trattato sul funzionamento dell’Unione europea (articolo 191, paragrafo 2, del TFUE). I sistemi EPR sono già ben consolidati per il packaging, dove i produttori accettano di contribuire. Con la nuova legislazione UE sui rifiuti del maggio 2018, l’EPR è obbligatorio per tutti gli imballaggi. Questi schemi EPR includeranno costi di pulizia della spazzatura proporzionali alla tipologia di oggetto in plastica e del suo utilizzo.
La proposta legislativa di oggi prevede che i produttori di articoli in plastica più sporchi debbano coprire i costi di risanamento. Questi produttori hanno la responsabilità di contribuire ai costi di pulizia e riciclaggio, poiché contribuiscono al problema a monte con i loro metodi di produzione. Attualmente, i costi del deposito di oggetti in plastica monouso sono sostenuti dal settore pubblico – in ultima analisi dai contribuenti – ma anche da altri attori privati come le industrie del turismo e della pesca che sono fortemente colpite dai rifiuti marini. Tali costi saranno oggetto di una ri proporzione anche fra i produttori stessi.
L’attuazione di questa proposta si concentra quindi soprattutto sulla riduzione dei rifiuti di oltre la metà, evitando danni ambientali che altrimenti costerebbero 22 miliardi di euro entro il 2030. Eviterà inoltre l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente entro il 2030.

Incentivi

Poiché gli incentivi economici sono in grado di influenzare la scelta dei consumatori, la direttiva li propone come strumento efficace per incoraggiare o scoraggiare abitudini di consumo specifiche. Al fine di prevenire lo smaltimento scorretto dei rifiuti contenenti plastica, uno dei punti di maggior rilievo della Commissione è l’informazione e la sensibilizzazione diretta dei consumatori sulle opzioni di smaltimento dei rifiuti più appropriate, sulle migliori pratiche in materia di smaltimento, nonché rendere consapevole il consumatore dell’impatto ambientale derivante da un’errata gestione dei rifiuti e del contenuto di plastica in determinati prodotti monouso.
Informare sugli imballaggi
Dovranno essere riportate alcune informazioni su ciascun imballaggio di vendita dei prodotti in plastica monouso (quali tazze per bevande, pacchetti, incarti di materiale flessibile per il consumo immediato e i filtri delle sigarette) che informi i consumatori di quanto segue:

  • adeguate opzioni di smaltimento dei rifiuti per il prodotto e / o i mezzi di smaltimento dei rifiuti da evitare per quel prodotto;
  • gli impatti ambientali negativi dei rifiuti o di altri rifiuti inappropriati dei prodotti;
  • presenza di materie plastiche nel prodotto;
  • presenza nel prodotto di sostanze chimiche pericolose, quali metalli pericolosi, ftalati, PFAS, bisfenoli, nonché interferenti endocrini e altre sostanze pericolose.

Questo accordo emanato dalla Commissione sancisce l’impegno nel perseguire una politica di rispetto e tutela dell’ambiente che, molto probabilmente, produrrà testi di legge armonizzati su base cogente, al quale ogni operatore economico potrà affiancare, già da subito, attestati volontari di impegni verso una propria politica di abbassamento dell’impatto ambientale, sia in termini di processi produttivi che di prodotti stessi.

Germania: novità sugli imballaggi

 

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Idrocarburi negli imballaggi alimentari

“Cosa sono i Mosh e Moah e dove si trovano”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, novembre 2017, autore Susanna de Mottoni • 

Spesso ignorati o poco conosciuti, sono invece sostanze potenzialmente dannose che si ritrovano anche negli alimenti. Da alcuni anni la comunità per la sicurezza alimentare ha iniziato lo studio dei Mosh e Moha per capirne i reali effetti. Marco Valerio Francone, professionista specializzato nel settore alimentare, approfondisce questo tema.

Mosh e Moah cosa sono?

I MOHA e i MOSH sono due categorie di MO o “Mineral Oil” ovvero gli olii di origine minerale e nello specifico quelli provenienti dal mondo degli idrocarburi.
I MOSH o Mineral Oil Saturated Hydrocarbons rappresentano la categoria degli idrocarburi alifatici saturi e sono tipicamente composti da alcani lineari e ramificati e da cicloalcani achil-sostituiti.
I MOAH o Mineral Oil Aromatic Hydrocarbons rappresentano invece la categoria degli idrocarburi che possiedono da 1 a 4 anelli aromatici.
I MOAH sono un gruppo molto più ampio e complesso rispetto ai MOSH ma includono principalmente idrocarburi poliaromatici alchilsostituiti.

Sono pericolosi per la salute?

Gli studi principali sui MO tra cui anche MOHA e MOSH si sono concentrati sostanzialmente sui MOCA ovvero i Materiali e Oggetti destinati a venire a Contatto con gli Alimenti.
I risultati di queste valutazioni non hanno dimostrato una correlazione diretta fra MO e rischi per la salute. L’E.F.S.A. (European Food Safety Agency) sta effettuando da alcuni anni un monitoraggio sulla presenza di MO e sulla relativa tossicologia verso il corpo umano al fine di emanare un parare ufficiale e successivamente forse una direttiva comunitaria.
Il limite maggiore che i vari studi applicativi riscontrano risiede soprattutto sulla mancanza di chiarezza sulla composizione specifica dei MO. Non vi sono, infatti, esatti profili di identificazione dei composti chimici contenuti negli olii minerali e che possono avere un impatto tossicologico diretto sul soggetto tester. Questo porta ad una sostanziale assenza di risultati comparabili o certi. Tuttavia è chiaro che gli olii minerali idrocarburici aromatici (MOAH) vengono usualmente considerati più critici rispetto agli olii minerali idrocarburici saturi (MOSH), proprio a causa della composizione chimica. Un dato certo è invece la presenza, all’interno degli olii minerali, di idrocarburi aromatici policiclici (PAH) ad oggi classificati come possibili sostanze cancerogene.

Dove si trovano maggiormente?

Il BFR (Bundesinstitut für Risikobewertung), l’Istituto federale Tedesco per la valutazione de rischio, è l’ente ufficiale che ha eseguito i test più recenti che hanno dimostrato che i Mosh e Moha si ritrovano con maggior frequenza in alcuni alimenti imballati che hanno contatto diretto o indiretto con il cartone utilizzato come imballo esterno e come fattore di tutela alla rottura e contaminazione in fase di trasporto.
Il cartone esterno, però, è spesso fabbricato con una parte più o meno cospicua di carta riciclata. La causa primaria di cessione di MOAH e MOSH all’alimento sarebbe quindi attribuibile all’imballo esterno in cartone.
I cartoni da imballo sono infatti costituiti in gran parte da materie prime e fibre ricavate dal riciclo di carta, quali quotidiani e altri materiali. Questi sono tipicamente ricchi di inchiostri e residui di composti chimici, normalmente non presenti nei materiali destinati a contatto con alimenti. Inoltre, l’essiccazione degli inchiostri utilizzati nella stampa dei suddetti quotidiani si basa sull’assorbimento dell’olio utilizzato nel processo e veicolato nella carta.
I casi maggiormente contaminati sono i prodotti a bassa umidità, in quanto a causa proprio della loro natura, tendono nel tempo a richiamare particelle di acqua. Queste essendo in gran parte contenute nell’atmosfera, aderiscono naturalmente al cartone esterno e successivamente migrano verso l’interno dove sono “assorbite” dall’alimento stesso. Questo processo è quello più accreditato come veicolo di MOHA e MOSH verso l’alimento.

Come sono regolamentati a livello di normativa italiana?

Il Regolamento UE 10/2011 e sue modifiche ed integrazioni, disciplina il settore degli imballaggi in plastica destinati ad uso alimentare in plastica, tuttavia all’interno di questa norma comunitaria troviamo solamente la definizione di “Oli minerali bianchi, paraffinici, derivati da idrocarburi di origine petrolifera”, senza però specificare né una definizione chiara, né limiti di riferimento per poter effettuare una analisi dei pericoli accurata.
Nel Regolamento UE 10/2011 queste componenti sono inserire nelle liste positive con il numero FCM 95 ma senza un limite di migrazione specifica (LMS) o altra restrizione. La sola soglia applicabile è, quindi, quella prevista come limite di migrazione globale di componenti (LMG) ovvero 60 mg/kg.

E a livello europeo?

Se guardiamo oltre al regolamento 10/2011, la situazione purtroppo non migliora. Non sono presenti infatti a livello UE specifiche norme che definiscono limiti critici per i MOAH e MOSH. Il 16 gennaio 2017 tuttavia la Commissione UE ha emanato la Raccomandazione (UE) 2017/84 relativa al monitoraggio degli idrocarburi di oli minerali nei prodotti alimentari e nei materiali e negli oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari (MOCA). La raccomandazione pone in essere alcuni importanti requisiti impliciti. Pur non definendo limiti né per i MOAH né per i MOSH, all’articolo 1, la Raccomandazione spinge gli Stati membri a svolgere un’attività di monitoraggio sulla presenza di MOAH e MOSH, negli alimenti nel biennio 2017-2018.
Ulteriore spunto di riflessione lo ritroviamo all’articolo 5 della Raccomandazione. “Qualora siano rilevati MO negli alimenti, gli Stati membri dovrebbero svolgere ulteriori indagini negli stabilimenti alimentari per determinarne l’eventuale fonte o le eventuali fonti”. Questo chiama in causa in modo indiretto il Regolamento (CE) 2023/2006 che implica lo studio delle buone prassi igieniche sulla base del metodo HACCP [Regolamento (CE) 2023/2006 della Commissione del 22 dicembre 2006, sulle buone pratiche di fabbricazione dei materiali e degli oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari, pubblicato sulla GU L384 del 29.12.2006, pag 75].
Infine si cita il Regolamento CE 1935/2004 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 ottobre 2004 riguardante i materiali e gli oggetti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari, che, al considerando 3), al considerando 14) , nonché all’ articolo 1) comma 1) “requisiti generali”, pone le basi al processo di assicurazione della qualità dei materiali e che implica implicitamente una gestione da parte delle aziende coinvolte verso un sistema di prevenzione e monitoraggio dei rischio.

Quali accorgimenti per i produttori di imballi e utilizzatori

In mancanza di chiare indicazioni sia sulla fonte di rischio che soprattutto sulla presenza di limiti critici definiti e condivisi, il principio della tutela e dell’analisi preventiva dei rischi resta il miglior metodo per la salvaguardia dei prodotti alimentari e di conseguenza del consumatore.
Nell’industria produttiva alimentare e para-alimentare, le soluzioni volte alla riduzione della presenza dei MOAH e MOSH si concentrano sui processi di realizzazione ed utilizzo di carta e cartoni da imballaggio. Non sono però da escludere alcune fonti secondari di contaminazione come olii di lubrificazione e prodotti per la manutenzione.
Questi aspetti dovrebbero essere inseriti e valutati nelle analisi dei pericoli al fine dei determinare le opportune azioni preventive o sistemi di controllo in processo.
Per chi invece ha l’onere di utilizzare imballaggi classificati come possibile fonte di contaminazione, la qualifica e approvazione dei fornitori e dei materiali risulta il sistema preventivo più efficace abbinato magari ad un rating costante delle performance e delle analisi sui prodotti stessi.

Imballi anonimi ed etichettatura

 

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Normativa tedesca sugli imballaggi

 

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