La caffetteria è ancora il terzo luogo?

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Cronistoria del bar come spazio di incontro

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, novembre 2026, autore Marco De Mitri • 

Oggi, tra nuovi modelli di consumo, trasformazioni urbane e relazioni digitali, cambia non soltanto il modo di frequentarla, ma anche il significato del tempo che vi trascorriamo

Third Place

Seduto al tavolino di un bar, osservo chi è intento a bere un caffè. Il mio è raccolto nel cerchio della tazzina e il tenue sole autunnale ne fa brillare le sfumature beige della crema. Mi chiedo quale sia la durata effettiva di quel momento. A volte è un sorseggiare lento, altre volte è veloce, senza nemmeno la possibilità di gustarlo. La pausa – caffè è una parentesi, capace di trasformarsi in qualcosa di più: e ci sono minuti che si limitano a scorrere e altri che, grazie a un incontro, a una conversazione, la rallentano.

A identificarla meglio, ci pensarono nel 1982 i sociologi americani Ray Oldenburg e Dennis Brissett che, in un articolo intitolato “The Third Place”, introdussero il concetto di third place: uno spazio distinto dalla casa, il primo luogo, e dal lavoro, il secondo, dove le persone possono incontrarsi spontaneamente, conversare e costruire relazioni al di fuori degli obblighi familiari e professionali. Oldenburg lo sviluppò poi nel libro The Great Good Place (1989), indicandone le caratteristiche: l’accessibilità, la presenza di frequentatori abituali, il clima informale, la conversazione come attività principale e un effetto di livellamento, per cui dentro quelle mura lo status sociale conta meno.

Quindi la caffetteria è un luogo, anzi un terzo luogo, in cui spazio e tempo assumono un valore diverso.

Da una parte il tempo

Facciamo per un momento un salto indietro di oltre duemila anni. Gli antichi Greci distinguevano due concezioni del tempo: Χρόνος (Chrónos) e Καιρός (Kairós). Il primo è il tempo cronologico, lineare e misurabile, che scandisce il susseguirsi degli eventi. Il secondo indica l’istante propizio, il momento giusto in cui si presenta un’occasione. La distinzione richiama, senza coincidere con essa, il carpe diem di Orazio (Odi, I, 11), che invita a cogliere il giorno presente senza riporre troppa fiducia nel domani. Il Kairós, invece, insiste sulla capacità di riconoscere il momento favorevole e di agire di conseguenza: non si tratta soltanto di cogliere l’attimo, ma di comprenderne l’opportunità.

Dall’altra lo spazio

Le prime caffetterie nascono nel mondo islamico, ma è a Costantinopoli, capitale ottomana dopo la conquista del 1453, che trovano uno dei loro centri di diffusione. Secondo il cronista İbrahim Peçevi, intorno al 1554-1555 due uomini provenienti da Aleppo e da Damasco, Hakem e Şems, aprirono nel quartiere di Tahtakale quelle che la tradizione considera tra le prime caffetterie di Istanbul. In una società in cui la vita quotidiana ruotava attorno alla casa, al lavoro e alla moschea, questi locali offrirono un nuovo spazio di aggregazione, dove si conversava e circolavano le idee. Proprio perché frequentati per discutere, già nel Seicento furono più volte oggetto di restrizioni da parte delle autorità.

Quella funzione trovò nuove espressioni in Europa. In Inghilterra le prime coffeehouse aprirono a Oxford nel 1650 e a Londra nel 1652. Divennero presto ritrovi di mercanti, intellettuali e letterati, tanto che nel 1675 Carlo II tentò di vietarle con un proclama, revocato prima ancora di entrare in vigore; attorno alla coffeehouse di Edward Lloyd, attiva a fine Seicento, nacque l’attività assicurativa marittima del futuro Lloyd’s. A Parigi il Café Procope, fondato nel 1686 dal siciliano Francesco Procopio dei Coltelli, si affermò come uno dei riferimenti della vita culturale francese. A Venezia il Caffè Florian, aperto in piazza San Marco nel 1720, è ancora in attività.

A Milano, nel 1764, Pietro e Alessandro Verri, insieme a Cesare Beccaria e agli altri intellettuali dell’Accademia dei Pugni, diedero vita a una rivista dal nome emblematico: Il Caffè. Pubblicata fino al 1766 in 74 numeri, affrontava questioni economiche, giuridiche e culturali, ambientando idealmente le discussioni nella bottega di un caffettiere greco, Demetrio.

Per Jürgen Habermas, che nel 1962 pubblicò Storia e critica dell’opinione pubblica, caffetterie, salotti e società letterarie furono tra le sedi in cui prese forma, nel Settecento, una sfera pubblica fondata sulla discussione. Da qui, però, il modello comincia a cambiare.

Un modello che cambia

Nel 2000 il politologo Robert Putnam, in Bowling Alone, documentava negli Stati Uniti il calo della partecipazione civica e delle occasioni di socialità informale, un’erosione che Oldenburg aveva già denunciato nelle periferie americane.

Anche da noi il quadro cambia, ma non nel modo più scontato. Secondo l’indagine “Pubblici esercizi e movida”, realizzata da Fipe con il Centro Studi Tagliacarne, rispetto al 2015 il settore ha perso quasi 10 mila imprese (-3,7%) e i bar sono calati di oltre 22.300 unità. Non sempre, però, si tratta di scomparse definitive: la diminuzione è attribuita soprattutto alla trasformazione in attività di ristorazione. La geografia è molto diversa: Trieste, Pisa, Pesaro e Ancona perdono tra il 14 e il 18% delle attività nei centri storici, mentre Napoli (+19,7%) e Palermo (+8,7%) crescono. Tra le cause, Fipe indica i costi di gestione, gli affitti e imposte come la Tari, calcolata su parametri ritenuti poco rappresentativi dell’attività reale.

A cambiare è la forma. Nei centri storici delle città grandi e medie avanzano formule informali, con spazi ridotti, niente servizio al tavolo e poco personale: a Roma, in una parte di Trastevere, i take away crescono del 33,3% mentre i bar tradizionali calano del 24,1%. A pagare è il bar generalista, quello del caffè al banco e della chiacchiera. La rete resta capillare (solo il 2% dei Comuni è privo di un bar o di un ristorante) e Fipe la definisce un presidio di socialità. Ma dove manca il tavolo, e con esso la sosta, il rischio è che la tazza diventi il fine e l’incontro un accessorio.

C’è poi una dimensione nuova, quella digitale. I social ci mettono in contatto con moltissime persone, ma i loro algoritmi privilegiano i contenuti affini ai nostri interessi. Il bancone, almeno in linea di principio, funziona in modo diverso: mette fianco a fianco persone di età, mestieri e opinioni differenti, e nessun algoritmo sceglie gli interlocutori.