Il caffè in cucina è protagonista di preziosi ricordi ed è legato non solo al gusto, ma anche agli affetti, alle abitudini e a momenti condivisi

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Con Ilaria Danesi ripercorriamo i ricordi della famiglia, della casa e della cucina

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, novembre 2026, autore Maria Cristina Latini • 

Con Ilaria Danesi ripercorriamo i ricordi della famiglia, della casa e della cucina

Il caffè accompagna la nostra quotidianità e i momenti speciali, creando occasioni per ritrovarsi, condividere e stare insieme, anche in famiglia. È proprio da questo legame con la “vita di casa” che nasce la nostra nuova rubrica, “Caffè in cucina”, che inauguriamo insieme a Ilaria Danesi.

Alla guida della torrefazione di famiglia Danesi Caffè, al fianco del papà e delle sorelle, Ilaria ci accompagna alla scoperta di questo universo attraverso ricordi d’infanzia, aneddoti e abitudini, raccontando il legame tra il caffè, la cucina e gli affetti di casa.

Quali sono le prime immagini di cose e di persone che vengono in mente a Ilaria Danesi, parlando di “caffè in cucina”?

Mi viene subito in mente mio nonno e il consumo del caffè in casa, un momento che anche per la mia famiglia ha sempre avuto un valore importante: un’occasione per ritrovarsi attraverso un gesto semplice, amato e profondamente radicato nella cultura italiana. La moka e la caffettiera napoletana sono, per eccellenza, gli strumenti simbolo di questa ritualità domestica.

Osservavo mio nonno mentre preparava il caffè con la moka e gestiva con grande attenzione la fiamma, regolandola per ottenere un’estrazione ottimale. All’epoca forse non mi rendevo pienamente conto di quanto sapere ci fosse dietro quei gesti, apparentemente semplici, ma oggi penso a quanta conoscenza racchiudessero e a quanto sapesse esattamente cosa fare per preparare un buon caffè.

La moka, però, non era presente solo nel momento della preparazione: faceva parte della tavola e della vita di casa. Anche dopo cena era una presenza abituale, perché mia madre ancora oggi non va a letto senza aver prima bevuto una tazzina di caffè. Sono piccoli rituali familiari che, nel tempo, diventano ricordi e raccontano quanto il caffè possa essere legato non solo al gusto, ma anche agli affetti, alle abitudini e ai momenti condivisi.

Quali sono i primi ricordi riguardanti il caffè in casa Danesi?

La mia storia personale è, in un certo senso, “intrisa di caffè”. La famiglia Danesi si occupa di caffè fin dai primi del Novecento e oggi mi ritrovo a rappresentare la quarta generazione di questa avventura familiare, portando avanti una storia che attraversa più di un secolo.

Ci sono immagini, ricordi dell’infanzia sul caffè particolarmente vividi nella memoria?

Sì, quando ero piccola, mia mamma portava me e le mie sorelle in torrefazione a trovare papà e la prima cosa che ci accoglieva, ancora prima di entrare, era il profumo del caffè tostato, che si sentiva già dalla strada. Una cosa molto diversa rispetto a oggi, anche per via dei vincoli legati alla riduzione delle emissioni atmosferiche: quel profumo, di cui conservo un ricordo così vivido da bambina, oggi in torrefazione non si sente più.

Ricordo poi i grandi sacchi di caffè, che ai miei occhi di bambina sembravano giganteschi. Ogni tanto qualche chicco verde cadeva a terra e mio nonno li raccoglieva tutti, uno per uno. Mi diceva che non andavano sprecati, perché dietro a ogni chicco c’era il lavoro della pianta, che aveva impiegato tempo e fatica per farlo nascere.

È un’immagine che mi è rimasta molto impressa, perché dentro quel gesto c’erano già il rispetto per la materia prima, l’attenzione e il valore che, nella mia famiglia, abbiamo sempre attribuito al caffè. Credo che anche ricordi come questo abbiano contribuito a farmi sviluppare una particolare sensibilità verso il valore di ogni singolo chicco.

(da sinistra) Giordana, Ilaria, Giorgia e il Cavaliere Roberto Danesi

C’è un aneddoto in particolare?

Sì, ne ricordo uno in particolare. Il sabato, dopo la scuola, andavo spesso nel negozio di via Ferrari, a Roma, a trovare mia zia. Ricordo ancora i grandi dispenser trasparenti in cui erano esposte le diverse miscele di caffè in grani, che venivano poi prelevate e pesate al momento.

Per me quei chicchi avevano però tutt’altro significato: li mangiavo come fossero caramelle. È uno di quei piccoli ricordi d’infanzia che oggi mi fa sorridere e che mi fa pensare a quanto il caffè abbia fatto parte della mia vita fin da quando ero bambina, in modo del tutto naturale e spontaneo.

C’è un componente della famiglia particolarmente amante del caffè?

Come ricordavo prima, mia madre è sicuramente una delle più grandi amanti del caffè della nostra famiglia. È un medico oncologo ed è una grande sostenitrice della bontà della nera bevanda. Proprio in virtù della sua professione, ha sempre sottolineato come il caffè, se consumato con equilibrio e senza eccessi, possa far parte di uno stile di vita sano. Mi ha spesso ricordato, per esempio, che il caffè è ricco di sostanze bioattive e antiossidanti e che diversi studi hanno associato un consumo moderato a possibili effetti favorevoli sulla salute, tra cui, nell’ambito oncologico, a un minor rischio di alcuni tumori, in particolare del fegato e dell’endometrio. Al di là dell’aspetto medico, però, mia madre ama profondamente il caffè e la tazzina serale è per lei un rito irrinunciabile!

In casa Danesi come veniva conservato il caffè e come viene conservato oggi?

In casa Danesi, il caffè veniva conservato, e viene conservato ancora oggi, nella sua confezione originale, poiché l’anidride carbonica rilasciata dal caffè dopo la tostatura può creare un’atmosfera protettiva e aumentare la shelf-life del caffè tostato.

È un’abitudine che consiglio anche a casa, perché il packaging utilizzato dalla torrefazione è studiato appositamente per proteggere il prodotto da alcuni dei suoi principali nemici: l’ossigeno, l’umidità e le temperature elevate, con la conseguente perdita delle componenti aromatiche.

Una volta aperta la confezione, quindi, è preferibile richiuderla con molta attenzione e limitare il più possibile il contatto del caffè con l’aria, evitando di trasferirlo inutilmente in altri contenitori, soprattutto se questi non garantiscono un’adeguata protezione. Gli studi sulla conservazione del caffè mostrano infatti quanto il packaging e la sua capacità di limitare l’ingresso di ossigeno siano determinanti nel preservarne più a lungo la freschezza e gli aromi.

Per il consumo quotidiano suggerisco di conservarlo in un luogo fresco della cucina, lontano dalla luce solare e dal calore prodotto dagli elettrodomestici. Diverso è il caso di una conservazione più prolungata: il congelamento, se effettuato correttamente e in confezioni ben sigillate, può rallentare significativamente i processi di invecchiamento del caffè, compreso il degasaggio e la perdita degli aromi. È però importante evitare la formazione di condensa: una volta estratto dal congelatore, il caffè dovrebbe tornare a temperatura ambiente prima di aprire la confezione.

Nella cucina di Ilaria Danesi qual è la maniera preferita di estrarre e prendere il caffè?

Pur non rinunciando alla moka, ho sempre avuto una passione smodata per il caffè espresso preparato in modo tradizionale. Con l’avvento delle macchine espresso per uso domestico, oggi tendo quindi a scegliere soprattutto quest’ultimo.

A casa porto naturalmente le nostre miscele, per ritrovare anche nella quotidianità il gusto dell’espresso così come sono abituata a berlo. Dopo cena, invece, mi concedo spesso una piccola coccola scegliendo uno dei nostri caffè “specialty” dalle specifiche caratteristiche aromatiche e gustative.

Qual è la tazzina preferita per prendere il caffè?

Per l’espresso preferisco una tazzina piccola, in ceramica, con il bordo piuttosto spesso. Essendo una bevanda concentrata, mi piace berla in una tazzina che ne accompagni bene la temperatura e la percezione in bocca.

Per me il caffè, soprattutto a fine pasto, è un po’ come un cioccolatino: un piccolo piacere da assaporare.

Il caffè nella cucina di Ilaria diventa il protagonista di qualche ricetta?

Indubbiamente del tiramisù! A dire il vero è praticamente l’unica cosa che so cucinare, quindi ci sono particolarmente affezionata.

Realizzato con quali biscotti?

Con biscotti tipicamente romani! Però, non posso svelare quali. È l’unico vero segreto che custodisco in cucina… e almeno quello voglio tenermelo!