Chi l’ha detto che una torrefazione si deve per forza ereditare?

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Caffè Comero e la “mosca bianca”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, febbraio 2026, autore Giovanna Gelmi • 

In un’Italia dove il caffè è quasi sempre un affare di famiglia, un giovane perito elettrotecnico rileva una storica torrefazione del 1950

Andiamo oggi a Romagnano Sesia, un borgo che sorge come un crocevia strategico tra le colline del vercellese e i mercati lombardi, dove il fiume Sesia scorre testimone di storie antiche e di eccellenze artigiane. In questo lembo di Piemonte, dal 1950, l’aria profuma di tostatura lenta e di grani selezionati, grazie a un’intuizione di Pietro Comero che trasformò il caffè da lusso a rituale quotidiano. La storia che vi racconto oggi non è quella di una dinastia che si tramanda il testimone per diritto di sangue. È la storia di Simone Esposito, un giovane che ha scelto di diventare custode di questo tempio del gusto non perché fosse scritto nel suo cognome, ma per un’irriducibile passione. Insieme al suo socio, Giuseppe Gnemmi, e ad un collaboratore, Luca Baù, inizia un’avventura unica.

Incontrare Simone è come scoprire una “mosca bianca” in un mondo di tradizioni tramandate di generazione in generazione. Mi accoglie con la freschezza dei suoi trentadue anni e la consapevolezza di chi ha rilevato una realtà storica nel momento più difficile.

“Simone”, gli dico, “ci siamo conosciuti in modo particolare. Al telefono mi hai detto: ‘Noi non veniamo esattamente da questo mondo’. Eppure, siete qui, a guidare un’eccellenza nata negli anni ’50. Come nasce questa avventura?”

“In realtà”, risponde Simone, “siamo sempre stati del settore, abbiamo sempre lavorato per altre aziende. Poi abbiamo saputo che i titolari di questa realtà artigianale d’eccellenza a Romagnano Sesia, marito e moglie, volevano andare in pensione. Così, insieme a un altro socio, abbiamo deciso di rilevarla per portare avanti il marchio e le miscele storiche, mantenendo quell’approccio artigianale che c’è dagli anni ’50”.

La decisione di Simone arriva in un momento che molti definirebbero folle: agosto 2021, quando il mondo cercava faticosamente di rialzarsi dalle ferite del Covid. A soli 27 anni, ha scommesso tutto sulla qualità e sul servizio diretto.

“Subentrare subito dopo il Covid sembra una scommessa azzardata. Qual è stata la difficoltà maggiore all’inizio?”

“Sicuramente l’investimento. Per lavorare con bar e ristoranti servono macchine, macinini, attrezzature in comodato d’uso. Ma non abbiamo fatto un salto nel buio: Giuseppe ed io sapevamo che puntando su qualità, assistenza tecnica diretta e tostatura fresca, i risultati sarebbero arrivati. Gestiamo tutto noi, dal caffè crudo che arriva dai porti di Genova e Trieste fino alla manutenzione presso il cliente”.

Ma per capire chi è Simone, bisogna fare un salto indietro nel tempo, a quel primo giorno di lavoro che segna la pelle e la memoria. Immaginate un ragazzo appena diplomato come perito elettrotecnico, catapultato nell’officina di un tecnico riparatore. Ricordate anche voi il vostro primo giorno? Quella sensazione di inadeguatezza mista a curiosità, quando vi è stato affidato il compito più umile? Per Simone è stata una cesta gigante di guarnizioni sottocoppa di macchine da caffè. Centinaia, forse migliaia di guarnizioni sottocoppa per macchine da caffè, tutte diverse. Gli dissero: “Mettiti lì e dividile per spessore e forma”. Lui, che non sapeva nemmeno cosa fosse una guarnizione sottocoppa, passò ore a catalogare quel caos di gomma nera. È un ricordo che si porterà dentro per tutta la vita: l’umiltà di partire dalle basi, dal pezzo più piccolo di un ingranaggio complesso. Un po’ come tutti noi, che prima di diventare qualcuno in azienda, abbiamo dovuto imparare a distinguere l’essenziale dal superfluo tra le scartoffie o i bulloni di un magazzino.

Oggi, quella cura del dettaglio Simone la mette nei suoi sacchetti doypack con valvola salvaroma, dove il caffè viene macinato al momento davanti al cliente, che lo scelga per moka o per un moderno brewing.

“Siete in tre: tu, il tuo socio, Giuseppe, e il Vostro collaboratore, Luca. Come si trova la quadra quando i caratteri sono diversi e le sfide quotidiane pesano?”

“Serve il rispetto reciproco. Non bisogna mai pensare che il proprio pensiero sia quello giusto per forza. Bisogna avere la mente aperta e mettersi in gioco. In questi quattro anni non abbiamo mai avuto un litigio serio perché cerchiamo sempre una soluzione comune. Il nostro segreto è lavorare come se fossimo una famiglia, anche se non lo siamo di sangue”.

La storia di Simone, Luca e Giuseppe ci insegna che l’artigianalità non è un’eredità passiva, ma una scelta attiva. È la capacità di prendere un silos di 100% Arabica o una monorigine Sidamo e trasformarla in un’esperienza che va oltre la tazzina, offrendo formazione ai baristi perché non servano mai una “ciofeca”, ma un piccolo capolavoro di estrazione. Perché, in fondo, chi l’ha detto che per fare un grande caffè bisogna chiamarsi come il fondatore?