Dalla vetta del Kilimangiaro alle prime monodosi

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“La torrefazione siciliana. Giuseppe Arena racconta la sua Kili Caffè”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, dicembre 2020, autore Alberto Medda Costella

“Facevo l’arredatore nel settore bar/ristoranti. Un giorno incontrai un signore a una fiera a Messina, che mi offrì un caffè. Ho visto l’erogazione e, pur non essendo un gran bevitore, mi è piaciuto come si presentava. Allora gli dissi: io voglio vendere il suo caffè nella mia zona. Ho così comprato cinque chili di caffè e, dopo un po’ di tempo, sono arrivato a vendere circa ottocento chili di caffè in un mese”.

Inizia in questo modo l’avventura di Giuseppe Arena, fondatore e proprietario della torrefazione siciliana Kili, nella città di Enna. “Dopo il successo nella vendita, arrivò il momento in cui dovevo decidere se abbandonare gli arredamenti o vendere il caffè. Confrontandomi con mia moglie, optammo per tenerci il caffè e lasciare il mio precedente lavoro. Mi sono così iscritto alla Camera dell’artigianato”.
Il percorso di Arena è simile a quello di altri torrefattori di successo, guidati dalla passione e dalla voglia di fare, alla ricerca continua di nuovi traguardi. Il marchio Kili viene registrato nei primi anni ’90, ma è nel 1995 che viene inaugurato il primo stabilimento, di appena 50 mq, un piccolo laboratorio, che già otto anni più tardi risulterà stretto. Nel 2003 viene infatti aperto quello attuale di 3.000mq.

“Inizialmente il nostro mercato era limitato solamente alla provincia e, grazie a qualche fiera, all’estero. Poi, credendo nel monodose, avanti rispetto ai tempi, ci siamo allargati al resto dell’isola. All’inizio è stata dura, però poi, tutto questo ci ha dato delle grandissime soddisfazioni. Abbiamo così cambiato tutti i macchinari. Oggi non vendiamo più il caffè macinato, mentre quello in grani l’abbiamo per i clienti di zona che gestiamo direttamente. Con cialde e capsule, oltre che in Sicilia, riusciamo a essere presenti anche in gran parte della Calabria con clienti nell’Alta Italia. Due terzi del nostro fatturato, che cresce tra il 10 e il 15% l’anno, è dato dalla lavorazione in conto terzi”.

Giuseppe Arena può definirsi un pioniere di questo settore del caffè. Ha saputo intercettare le esigenze che il mercato pian piano presentava ai torrefattori, con la crescita esponenziale del consumo di caffè con la macchinetta, preferita alla caffettiera tradizionale.
“La vendita del caffè macinato era prevalentemente in mano a gruppi della grande distribuzione, abbastanza affollato anche dalla concorrenza. Capendo che il consumatore si stava sempre più orientando verso il monodose, noi ci siamo fatti trovare pronti, al posto giusto al momento giusto”.
Il lockdown di quest’anno non ha quindi rappresentato un problema per la torrefazione. Anche se inizialmente, per i timori, più che giustificati, di non poter mandare avanti la produzione, Arena aveva deciso di mettere in cassa integrazione una parte dei 23 dipendenti dell’azienda.
“Dopo alcuni giorni ci siamo resi conto che non c’era assoluto bisogno, perché il prodotto si vendeva ugualmente. È vero che il settore bar è stato fermo, infatti abbiamo avuto una non vendita, ma abbiamo recuperato abbondantemente con le capsule e le cialde, maggiormente richieste dai consumatori di caffè a casa”.

Al di là dell’intuizione, Giuseppe Arena è comunque un torrefattore che viene dalla gavetta. Oltre ad aver sperimentato e assaggiato bicchierini di caffè, ha sempre riposto particolare attenzione verso la conoscenza della materia prima, visitando, varie e più volte, le piantagioni. Ritiene di aver il mal d’Africa. Il nome stesso della torrefazione è ispirato al monte più alto e noto del continente, il Kilimangiaro, 5898 m.
“La prima volta che andai in Africa fu come se fossi in gita. Era il 1982. Poi al ritorno ho iniziato a studiare l’inglese, che mi è tornato utile per le fiere a cui ho preso parte. Il mio, non a caso, è un inglese tipico africano, che mi ha permesso di girare per il mondo”. Arena, da persona abituata a pensare e innovare, è alle prese con i prossimi obbiettivi.

“Abbiamo dato l’incarico a un’azienda cinese di realizzare una macchina con le caratteristiche da noi indicate, con capsula a sistema chiuso. Stiamo lavorando anche sulla compostabile, un’esigenza molto sentita, oltre che da noi, anche da una importante fetta di mercato. Proviamo sempre ad anticipare i tempi, là dove ci è possibile, perché le multinazionali hanno maggiori disponibilità. Se esistiamo, però, lo dobbiamo anche a loro, perché ci permettono di realizzare delle capsule compatibili”.
Il caffè bevuto a Messina è ormai un lontano e piacevole ricordo. Oggi alla Kili caffè si sta stretti in 3.000 mq.