Intervista a Daniele Versari: Il DNA del torrefattore di prima generazione

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Dal “Giro del mondo in 7 grammi” alla caramella D3: il modello etico di Estados Cafè che ridefinisce l’impresa.

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, febbraio 2026, autore Giovanna Gelmi • 

L’umanità nel chicco, quando il caffè diventa lavoro, prevenzione e inclusione sociale

Abbiamo incontrato, Daniele Versari, il presidente di Estados cafè, l’architetto di una visione dove la responsabilità sociale d’impresa non è una mera funzione accessoria, ma un pilastro dell’azienda stessa, per comprendere come la sua leadership a 360 gradi abbia plasmato non solo un prodotto di alta qualità, ma un vero e proprio veicolo di comunicazione e un motore di impatto sociale misurabile.

Quando si parla con Daniele, ci si trova di fronte a un paradosso affascinante: un torrefattore che, pur lavorando con un prodotto che è passione e tradizione, sposta costantemente il focus della conversazione su un valore che esula dalla tostatura perfetta: l’impatto sociale.

Versari non viene da una famiglia di torrefattori. «Mia mamma lavorava in ospedale, mio padre faceva il modellista. Vengo da una famiglia di tre fratelli, io sono il più piccolo», racconta durante l’intervista.

La scintilla imprenditoriale è scoccata nell’infanzia, osservando le fabbriche che lo incantavano, mentre i suoi coetanei guardavano i grattacieli. Ma la sua sensibilità, che oggi lo porta a creare situazioni con un impatto sociale, affonda le radici nelle sue fughe da bambino, quando inseguiva il profumo di caffè.

La moka di Gisella: il luogo della differenza

Daniele Versari, come lui stesso si definisce, era un “mammone”. Sua madre, Gisella, lavorava in ospedale. E lui, per cercarla, metteva in atto la sua piccola tattica segreta. «Io ho avuto mia mamma che lavorava in ospedale e io quando ero piccolo… andavo sempre a cercare dov’era mia mia mamma».

L’ospedale, per lui bambino, non era la fredda struttura esterna, ma le “persone col camice bianco”. E il suo punto di riferimento, il cuore caldo della struttura, era la cucina del reparto: «abitavo a 1 km dall’ospedale e quindi arrivavo, nascondevo la biciclettina, passavo sotto la sbarra della portineria convinto che nessuno mi vedesse. Invece quella della portineria chiamava il reparto e diceva: ‘Gisella, sta arrivando tuo figlio’».

Una volta lì, era il profumo del caffè a guidarlo: «per me il profumo del caffè era il luogo dove trovavo la borsa di mia mamma». Ascoltava i medici che arrivavano in cucina e prendevano il caffè con la caffettiera.

«Io rimanevo lì ad ascoltarli, perché tra loro c’era mia mamma […] quei discorsi che ho sentito, quelle modalità di confronto mi hanno poi fatto capire che sono persone che fanno la differenza e non la struttura».

Non sorprende, quindi, che le sue prime iniziative di sostegno sociale fossero dedicate alla ricerca medico-scientifica e al campo sanitario.

La prima vera percezione di essere imprenditore arriva con l’esigenza di avere il “suo prodotto”, la sua miscela, ma, subito dopo, Versari sente la necessità di coinvolgere e creare situazioni con un impatto sociale. Progetti che, è fondamentale sottolinearlo, non erano «legati o finalizzati alla vendita del mio prodotto», come lui stesso afferma.

Un esempio potente di come l’attività d’impresa si leghi al tessuto sociale è la sua riflessione sul ruolo del bar durante la pandemia. Dopo aver incentivato i baristi all’uso di contenitori per l’asporto, ha voluto valorizzare il ruolo del barista stesso, arrivando a sostenere il concorso del Miglior Barista del territorio. L’importanza del bar come indicatore sociale è emersa da una frase della madre:

«Gli dissi: ‘Guardate che […] mia mamma nel periodo del Covid vedeva tutto chiuso, e quindi più attività chiudevano e più si spaventava […] mi chiamò e mi disse: ‘Daniele, ma qua ha chiuso anche il bar?’ No. Ah.».

Versari ha interpretato questa frase in modo profondo: «Quando il bar chiude, vuol dire che tutti stanno in casa». Il bar chiuso, per alcune generazioni, è stato «l’allarme, diciamo, quello più importante».

Il coffee truck e la caramella che è un “farmaco invisibile”

L’impegno di Versari si concentra oggi sulle fragilità, attraverso il progetto del coffee truck. L’idea è quella di formare ragazzi disabili e fragili per garantire loro non solo formazione, ma anche un’autonomia economica, evitando la dipendenza da donazioni a step. Il coffee truck ha una propria marginalità: i ragazzi acquistano il caffè e lo vendono.

Tuttavia, il percorso non è stato esente da difficoltà, in particolare quelle legate alla manualità richiesta dal mestiere. «E infatti volevo chiederglielo se non ha mai avuto la sensazione che fosse una perdita di tempo?», domando mentre ascolto il racconto della formazione dei ragazzi di “chicchiamo”, così si chiama infatti il coffee track.

«Perdita di tempo no, ma era un imbarazzo, perché io non riuscivo ad immaginare come poteva essere il momento in cui dovevo dire al ragazzo: ‘Tu sì, tu no’, perché durante la formazione poi si era creata anche una certa confidenza con me».

La soluzione, ingegnosamente pratica, è arrivata modificando le macchine da caffè del bar con un gruppo a capsula. La macchina è rimasta identica, ma ha semplificato il processo di preparazione, rendendo il coffee truck “operativo al 100%” e garantendo l’inclusione di tutti i ragazzi formati.

La sua capacità di trasformare un gesto banale in un modello di impresa è evidente anche nella storia della caramella D3. L’idea nacque discutendo di prevenzione davanti ad un caffè con il professor Dino Amadori, un oncologo. Entrambi avevano scartato il cioccolatino di cortesia, ma non lo avevano mangiato.

«Lui l’ha fatto per una scelta salutistica – commenta Daniele – io l’ho fatto per altri motivi (il cioccolatino avrebbe alterato il sapore del caffè non zuccherato). E allora lui disse: ‘Tu Daniele che hai questa voglia, hai questi rapporti con l’università, hai delle idee, prova a pensare di creare invece una caramella di cortesia’».

La ricerca, condotta dal Prof. Arelia e supportata dall’Università di Bologna, portò alla Vitamina D3, che Versari chiama “uno scudo”, poiché l’essere umano ne è quasi sempre carente. La caramella, aromatizzata con il retrogusto delle vecchie mentine all’orzo, è stata definita dall’Università il primo prodotto alimentare che contiene solo vitamina D3. Un progetto così solido e sostenibile da diventare tesi di dottorato presso la Facoltà di Economia e Commercio di Forlì.

Analogamente, per sostenere l’Associazione Diabeti Romagna, Versari ha sviluppato la miscela No Sugar, un caffè con un retrogusto “più amabile” che non necessita di addolcirlo, risolvendo così la paura che molti diabetici avevano di bere caffè.

L’impegno oltre confine e la domanda mancata

La visione di Versari si estende anche all’Africa, dove ha visitato piantagioni e realtà con mentalità d’impresa diverse. Rifiutando l’approccio assistenzialistico della semplice donazione di denaro, ha preferito fornire un modello d’impresa.

Quando il tema era la costruzione di un ospedale in Camerun, Versari ha contribuito con un’idea pratica e generativa: «Facciamo un progetto e compriamo la macchina che fa il mattone. Mattone dopo mattone, ho costruito un ospedale», realizzando un progetto in orizzontale, adattabile alle risorse locali come sabbia e manodopera abbondanti.

La sua dedizione al sociale è così evidente che in molti lo interrogano sul perché.

«In tutti questi anni l’hanno intervistata in parecchi. Qual è la domanda che avrebbero dovuto farle e non è mai arrivata?» mi viene spontaneo chiedergli.

«La domanda che avrebbero dovuto farmi è: ‘Ma come mai per alcuni […] per alcune imprese, alcuni imprenditori, è così difficile capire che se si lavora con l’attenzione nel proprio territorio, non solo migliora la qualità dell’impresa, ma migliora anche la qualità delle persone che lavorano all’interno delle imprese?».

Secondo Versari, esiste ancora troppa differenza culturale tra impresa e impresa, e la cultura d’impresa deve fondersi di più con il territorio e con le persone.

La necessità di un codice etico per i torrefattori

L’intervista si conclude con una riflessione cruciale per il futuro del settore: la dignità del lavoro e il rispetto per un prodotto che ci caratterizza in tutto il mondo.

«Un’ultima domanda: serve secondo lei un codice etico per le torrefazioni?», gli chiedo alla fine della nostra chiacchierata.

«Assolutamente sì. Infatti, io condivido tantissimo il lavoro che viene fatto nel Gruppo Italiano Torrefattori Caffè. Condivido il marchio Espresso Italiano come un marchio riconoscibile, che sia riconoscibile non solo nella sua struttura, ma riconoscibile anche dall’imprenditore che lo produce».

Versari evidenzia che sul mercato esistono torrefattori che hanno cultura e dignità, altri che la vorrebbero acquisire, e altri ancora a cui «della cultura dell’espresso non gliene frega niente». Per questo, una formula o un codice etico che identifichi il professionista sono necessari per «allontanarsi da quelli che vorrebbero essere torrefattori ma non importa loro di esserlo». L’obiettivo è chiaro: alzare l’asticella e tutelare la dignità di un mestiere che, per Daniele Versari, è molto più che fare e vendere caffè.