La grande M di Palermo

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“La torrefazione Messican Caffè e la sua proposta per una defiscalizzazione degli imballaggi ecosostenibili italiani”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, maggio 2021, autore Alberto Medda Costella

“Messican Caffè non nasce per indicare un prodotto del Messico. L’azienda, quando è nata, è sorta come Torrefazione di Messina Michela, il nome di mia mamma. Da lì, nel 1972, quando si decise di formare una società, perché prima eravamo una ditta individuale, si pensò a un nome nuovo.

Tutti ci conoscevano come Messina Caffè. Mio papà e mia mamma pensarono subito a Messican, anagramma di Messina”, spiega Vincenzo Amato, amministratore della torrefazione dalla grande M di Palermo. Il padre Giuseppe già collaborava con una storica azienda di caffè e iniziò a tostare per pura passione, innamorandosi della trasformazione del prodotto.
Di lì a qualche anno aprì una piccola bottega per la vendita diretta alle famiglie, e iniziò a lavorare con una piccola macchina di 30 chili. Ecco che nel 1972, a seguito degli incrementi di vendita della torrefazione, Giuseppe Amato cominciò a proporre la sua miscela ai bar.

“Era il periodo del caffè considerato bene di lusso e i bar cominciavano ad apprezzare il prodotto artigianale” interviene Giuseppe Amato, omonimo nipote del fondatore e figlio di Vincenzo, terza generazione in azienda.
“Le marginalità non erano quelle di oggi. Il percorso della gavetta di mio nonno, dentro una torrefazione avviata, rappresentava un passaggio obbligato per poter pensare di proporre il caffè alle attività esistenti”.
Con il consolidamento aziendale e il successivo trasferimento della produzione nel nuovo stabilimento, Amato senior ha mantenuto l’impianto artigianale della torrefazione, ma lo ha fortemente automatizzato tanto che ancora adesso la produzione, che può raggiungere le 100 tonnellate mensili di caffè torrefatto, necessita solamente di due addetti.

L’azienda palermitana è oggi radicata nel mercato siciliano, isole minori incluse. L’apertura verso l’estero, in particolar modo in Albania, Giappone e Irlanda, ha però imposto delle scelte obbligate e, se vogliamo, anche di grande intuizione.
“Andare a raccontare ai giapponesi la storia della fondazione risultava un po’ complicato” riprende Vincenzo. “Per questo motivo abbiamo deciso di fare un restyling del vecchio marchio Messican, dedicato soprattutto ai clienti storici del nostro territorio, a cui ne abbiamo affiancato uno nuovo rivolto al mercato estero, Grancaffè Italia”.
L’Albania è uno dei paesi emergenti nel contesto europeo e punto d’approdo per la penisola balcanica.
“Da un punto di vista del caffè” dice Giuseppe “l’Albania è avanti, ma per altri versi è legata al prodotto tipico come la Sicilia. Ci sono delle piccole frazioni che vogliono un caffè forte con crema spessa. Altre che sono più legate al brand, al lounge bar o al locale di tendenza che propone l’apericena all’italiana. Il Messican fa pensare al nostro classico espresso, mentre il Grancaffè nasce per dare una riconducibilità immediata a un prodotto italiano. A questo si è unita l’esigenza di adeguarsi a un cambio normativo e igienico sanitario. Abbiamo così sostituito la confezione, notando che la miscela Grancaffè veniva maggiormente apprezzata su un packaging differente. Puntando su questo trend anche le linee sono state diversificate, mantenendo quella tradizionale, contraddistinta dal marchio Messican Caffè, e creandone una moderna, Grancaffè Italia, il prodotto per professionisti, attento all’innovazione e più delicato sotto il profilo organolettico”.

Dall’entusiasmo e dalla facilità di risposte di Giuseppe si coglie appieno la sua passione e di come il lavoro di torrefattore gli risulti calzante e naturale al suo carattere. Un perfetto innesto di nuova generazione in azienda.
“Per me è stato facilissimo inserirlo” conferma Vincenzo. “Oltre a Giuseppe in torrefazione lavorano anche mia moglie Rosalia e gli altri due figli, Riccardo e Chiara. Per questo motivo posso ritenermi fortunato, perché alcuni miei colleghi hanno avuto delle difficoltà, anche se ho abituato i miei figli a frequentare la torrefazione fin da bambini”.

Il Covid 19 ha portato le torrefazioni a riprogrammare l’organizzazione e la produzione. La Messican Caffè prima delle restrizioni era fortemente legata al settore Ho.Re.Ca. e si è dovuta così aprire ad altre soluzioni. Una il private label, dove ha avviato collaborazioni con i distributori che non avevano un prodotto da vendere, ma un marchio da distribuire.
“Da qui è nata anche l’idea del mono-porzionato” riprende Giuseppe. “Abbiamo avuto un aumento del fatturato di circa il 30%. Vorremmo inserire nel paniere della nostra offerta anche la macchina per le capsule”.
Doveroso aggiungere che la qualità e la freschezza del prodotto è sempre stata una caratteristica che ha contraddistinto nel tempo la torrefazione, un’attitudine che è stata di grande aiuto anche nella gestione emergenziale, dovuta alle restrizioni che hanno portato a una crisi generale dell’intero settore Ho.Re.Ca e a un conseguente calo dei consumi.

“Noi produciamo solo su commessa, just in time, in modo da non lasciare il prodotto stoccato in magazzino per 6/7 mesi. Nella situazione in cui ci troviamo questo per noi è stato un grossissimo vantaggio, perché non abbiamo avuto immobilizzazioni e non ci siamo esposti finanziariamente. Abbiamo così continuato ad offrire ai nostri clienti un prodotto freschissimo”.
C’è infine spazio per una riflessione sulla situazione siciliana e sul ruolo che potrebbe giocare il nostro Gruppo nel sensibilizzare il governo e le istituzioni per i problemi del comparto.
“In questo particolare periodo storico, sanzionare gli operatori di settore, è un’arma molto pericolosa, perché favorisce tutte quelle realtà di importazione che non sono costrette a rispettare certe norme. Chi acquista prodotti e imballaggi in Spagna lo può fare ad un prezzo più basso, perché non si deve prendere carico del contributo CONAI. In più, con la liberalizzazione degli scambi all’interno dell’Unione Europea, per via della tassazione in altri paesi si riesce a proporre dei prodotti più competitivi rispetto ai nostri. Libero scambio che assume significato “relativo”: ad esempio per esportare caffè torrefatto in grani, in Germania e non solo, occorre pagare accise “salatissime”.

Come torrefattori dovremmo chiedere una defiscalizzazione, totale o parziale, sull’aliquota IVA per gli imballaggi ecosostenibili, in modo da spingere il consumatore a scegliere un prodotto ecosostenibile con un piccolo rincaro, ma solo per i prodotti fabbricati nel territorio italiano“.
Il numero di torrefattori che aderisce al GITC è in costante aumento in tutta Italia, e dallo storico nucleo del Triveneto si registrano adesioni da tutta la penisola.
“Il Gruppo è per noi un punto di riferimento. Le torrefazioni che ne fanno parte da tempo vivono la condivisione della qualità, dell’espresso come patrimonio dell’umanità e delle informazioni. Purtroppo nel meridione si ha ancora difficoltà nell’associarsi e nel fare sistema. C’è la lotta ad accaparrarsi le informazioni di natura commerciale o normativa, per la paura che un concorrente possa averne un vantaggio. Noi sappiamo che non è così, perché la condivisione di un programma, oltre a fare gruppo, spinge il consumatore ad una scelta ragionata. Se le torrefazioni, con un prestigio e una storia alle spalle, condividono un pensiero o un progetto cresciamo tutti insieme” conclude Giuseppe.
Non ci resta che continuare a fare opinione, dare voce e risposte ai nostri soci, continuando a remare come un’unica squadra. I risultati arriveranno. A Palermo come a Trieste.