Non un caffè qualunque

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“La Moka Arra. La storica torrefazione fiorentina, tra guizzi di marketing e cartelloni d’autore”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, dicembre 2021, autore Alberto Medda Costella

Non è un caffè qualunque, recitava lo spot pubblicitario della torrefazione Moka Harrar African Coffee Company. Oggi è solo Moka Arra, ma dalla sua nascita nel secondo dopoguerra l’azienda fiorentina ha continuato la sua evoluzione adattandosi ai tempi.

 

“Lo slogan scritto nei sacchetti è un elemento che è rimasto nella memoria del consumatore” sostiene Silvia Stacchini, alla terza generazione di torrefattori. Era il periodo delle reclame pubblicitarie e quelle di successo hanno fatto le fortune dei prodotti e delle rispettive aziende che incarnavano l’euforismo del miracolo economico italiano.
“Quando ero bambina ricordo per esempio Cynar, contro il logorio della vita moderna. Ho bene in mente l’attore Ernesto Calindri, seduto su un tavolino in mezzo al traffico che beve il digestivo. Nonno, pur essendo nato agli inizi del ’900, dava molta importanza al marketing, compresa la personalizzazione sui furgoni”.

Il fondatore di Moka Arra, nonno materno di Silvia, è Corrado Cennini, proveniente da una nota famiglia di pasticceri, che avevano la loro bottega in piazza San Giovanni, nel cuore della città di Firenze. La torrefazione nacque per idea sua e di un amico che aveva girato il mondo ed era stato anche in Etiopia, all’epoca colonia italiana. “Probabilmente si era stancato della vita di pasticceria” ipotizza Stefano, fratello di Silvia, “e insieme decisero di mettere in piedi l’impresa, partita un po’ come una scommessa”.

Il nome, raccontano, venne fuori per esotismo, molto di moda all’epoca, anche se poi è stato modificato per una direttiva della Comunità Economica Europea. Per poter mantenere quella denominazione era necessario avere una percentuale molto alta di caffè Harrar. A Firenze però, per via della gorgia toscana, il nome della torrefazione non veniva mai pronunciato interamente: Moka Arra. “Facendo delle ricerche appurammo che ’arra’ in latino e in greco è sinonimo di pegno e garanzia. Così modificammo il nome senza stravolgerlo” spiega Silvia.
Il signor Cennini fece disegnare la donna brasiliana, che ancora oggi identifica la torrefazione, da un suo amico pittore, scomparso qualche anno fa, Silvano ‘Nano’ Campeggi, che è stato tra i più importanti cartellonisti della storia del cinema americano, tra cui ricordiamo i celeberrimi Via col vento, Ben Hur, Casablanca, Singin’ in the Rain, West Side Story e Colazione da Tiffany.

 

A subentrare al signor Cennini fu Giampaolo Stacchini, scomparso da qualche settimana e che avrebbe voluto prendere parte a questa intervista, padre di Silvia e Stefano e genero di nonno Corrado. “Mio padre ha rappresentato l’azienda in tutti i sensi” dice Stefano.
“Entrò a lavorare nel ’58. È stato lui a dare impulso e linfa all’azienda negli anni ’60 e ’70, spingendosi fino in Sicilia, tanto che negli anni ’80 l’isola ha rappresentato per la torrefazione una parte importante del fatturato. Io entrai nel 1983, mentre mia sorella nel 1990”. Nel 2000 Giampaolo Stacchini trasferì la produzione dal centro città al nuovo stabilimento nella zona industriale all’Osmannoro. “Disse che quella sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe fatto prima di andare in pensione. In realtà poi a riposo non ci andò mai. È mancato a 87 anni, ma per testa e fisico sembrava averne 20 di meno”.

Nell’attuale stabilimento convivono due aziende della famiglia Stacchini, oltre alla torrefazione anche una ditta che fornisce assistenza alle macchine, per un totale complessivo di 18 persone. Se Stefano segue la parte commerciale, Silvia si occupa di tutto quello che riguarda comunicazione, immagine ed estero, mentre hanno fatto il loro ingresso in torrefazione i loro figli, rispettivamente Duccio e Jacopo. Oggi Moka Arra è radicata prevalentemente nel Centro Italia, con il suo fulcro in Toscana.
Tra le sue 8 miscele, oltre alla storica “Tazza d’oro”, segnaliamo la “Fiorenero”, 100% arabica, che riporta nella confezione il giglio, simbolo della città di Firenze. “Fiore perché nostra madre, figlia del fondatore, si chiama Fioralba. Il nero per il colore del caffè” racconta Silvia.
“Nata come miscela di nicchia, sta riscuotendo molto interesse, e ci sta procurando grandi soddisfazioni. Solo così facciamo cultura di qualità” conclude Stefano. Perché Moka Arra non è un caffè qualunque, avrebbe detto Corrado Cennini.