L’architettura della resilienza
• NOTIZIARIO TORREFATTORI, maggio 2026, autore Giovanna Gelmi •
Pacorini racconta la nuova rotta della logistica italiana tra scorte minime e outsourcing strategico
Questa volta partiamo dalla fine, quando sul finale chiedo a Riccardo Marchesi, amministratore delegato di Pacorini Silocaf, se gli piace il suo lavoro, mi sento rispondere così: “Chi lavora nel caffè raramente cambia. È un prodotto vivo che entra nel sangue. Ci si sente parte di un’eccellenza italiana, un po’ come la moda o la Ferrari. Quando in un posto sperduto nel mondo trovo un caffè italiano e conosco quel torrefattore, sapere di aver contribuito a quel miracolo in tazzina, è una fonte di orgoglio immenso”.
La dichiarazione di un manager? Direi più il manifesto di chi naviga da anni in quel mare turbolento che è la logistica globale. Lo incontro, perché sfortuna sua è in convalescenza, mentre fuori il mondo sembra essersi stretto in un imbuto di crisi geopolitiche: dallo Stretto di Ormuz alle tensioni nel Mar Rosso, la geografia del caffè sta cambiando sotto i nostri occhi. Dice che Pacorini è associata al Gruppo da tanti anni, e lo fa con un bel sorriso che mi fa ben sperare, visto che toccheremo temi delicati per soci e no.
Marchesi mi accoglie con la pacatezza di chi ha visto il caffè passare dai 2 ai 5 dollari al chilo e le navi circumnavigare l’Africa pur di evitare i conflitti. Non siamo più nel mondo del “just in time”, mi spiegherà di lì a poco, ma in quello della sopravvivenza strategica.
Parliamo dei famigerati chokepoints o colli di bottiglia. In che modo la Pacorini sta organizzando quella che lei definisce un’architettura della resilienza per far sì che il caffè arrivi comunque nelle nostre torrefazioni?
Il mondo del caffè vive una situazione complicata dal Covid in poi. Con la chiusura di Suez, le compagnie circumnavigano l’Africa: i tempi di navigazione sono quasi raddoppiati. Per rispondere, abbiamo dovuto cambiare pelle: abbiamo integrato gli organici, aumentato le cooperative e allargato il parco trasportatori. Se i porti sono congestionati, serve il triplo dei camion per muovere lo stesso numero di contenitori. La resilienza, per noi, significa non farsi trovare impreparati quando il ritmo della catena si spezza (n.d.a. mentre parliamo, emerge un dato che gela il sangue: oggi, a livello mondiale, solo il 56% delle navi arriva puntuale. Per un torrefattore, questo significa che il magazzino è diventato un campo di battaglia finanziario).
Molti torrefattori oggi lavorano con scorte minime. È una scelta strategica o una necessità dettata dai costi?
È una scelta quasi obbligata. Se il caffè costa due volte tanto, serve raddoppiare il capitale per tenere la stessa merce a magazzino. I tassi di interesse pesano e i magazzini in Europa sono ai minimi storici. Il mio consiglio? Anticipare gli acquisti. Non si può più pensare che il caffè arrivi in un mese: bisogna pianificare con largo anticipo rispetto al passato.
Qual è il suo consiglio per un torrefattore medio per non esporsi troppo alla speculazione?
Oltre ad attrezzarsi finanziariamente e fare contratti per consegna, bisogna capire che la logistica just in time non esiste più. I ritardi possono arrivare a due mesi, quindi, è fondamentale anticipare gli acquisti e cercare di portarsi avanti.
Voi offrite servizi di blending: questo sembra andare contro la tradizione della miscela segreta che tanto sta a cuore ai torrefattori. In che modo l’outsourcing può aiutare un torrefattore a ridurre i costi e accelerare i tempi?
Grazie alle economie di scala, minimizziamo i costi di lavorazione. Molte torrefazioni crescono ma non vogliono o non possono investire in nuovi silos o impianti. Affidando a noi la premiscela, magari le due origini principali che poi il torrefattore integra nel suo impianto, trasformano costi fissi in variabili. È un’evoluzione simile a quella dei big bags: sono più economici, puliti e veloci dei vecchi sacchi di juta.
Cosa sta cambiando negli acquisti globali di caffè?
Vediamo una crescita esponenziale del Brasile, che in pochi anni diventerà probabilmente il primo produttore anche di Robusta, oltre che di Arabica. È un paese dominante grazie a un’agricoltura industrializzata e grandi spazi. Storicamente abbiamo già visto spostamenti simili, come il Vietnam che ha soppiantato molti produttori africani ormai marginali, come la Costa d’Avorio o il Camerun.
Sull’EUDR c’è stata molta confusione e diversi rinvii. Voi come vi siete mossi?
Abbiamo fatto i compiti a casa. Eravamo e siamo pronti a immettere per conto dei clienti i dati nei sistemi di tracciabilità richiesti. Anche se il Parlamento Europeo sembra tentennare sul Green Deal, noi siamo pronti a essere il braccio operativo dei torrefattori per certificare la sostenibilità della loro filiera.

Un’ultima riflessione. Qual è il segreto per mantenere l’Espresso Italiano un’icona mondiale in questo scenario così instabile?
I torrefattori italiani sono stati incredibilmente resilienti. Hanno superato anni durissimi. Adesso con i raccolti abbondanti previsti in Brasile, i prezzi dovrebbero finalmente diminuire, dando respiro alla filiera. Devono continuare su questo percorso di eccellenza e differenziazione. Noi saremo al loro fianco, perché il caffè è qualcosa che ti entra dentro e non ti lascia più.
