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La sostituzione della plastica ed il ritorno della carta

“I risultati di uno studio condotto a livello europeo. Correlazione fra utilizzo e fattori di rischio fra la carta e la plastica ”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, novembre 2019, autore Marco Valerio Francone • 

La Direttiva Europea 2019/904 UE sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente ha sancito un percorso di progressiva esclusione della plastica che si concluderà nel 2021.
La plastica ad oggi rappresenta l’elemento di base di molti dei più comuni oggetti utilizzati sia nel mondo alimentare professionale che domestico, la sua sostituzione pone però un grande quesito ovvero quale sia il materiale più idoneo per un suo rimpiazzo.
Oltre ai limiti tecnologici ed economici che ad oggi molti dei sostituti della plastica mettono in evidenza, un importante fattore di scelta è legato alla normativa cogente a cui fare riferimento per poter dichiarare un materiale idoneo al contatto alimentare.
Mentre per la plastica esiste una Normativa Europea unificata ovvero il Regolamento UE 10/2011 a cui fanno seguiti i vari emendamenti, per altri materiali non vi sono normative armonizzate a livello comunitario.
Il primo e più diretto concorrente della plastica e che si candida ad essere il suo sostituto è la carta. Oltre ai regolamenti comunicati quali il Regolamento CE 1935/2004 e Regolamento CE 2023/2006, in Italia questo elemento è normato in modo specifico dal Decreto del 21 marzo 1973 (e succ. mod.) che stabilisce i requisiti di composizione e di purezza per la carta destinata al contatto con alimenti.
Se guardiamo, però, ad altri paesi Europei è facile constatare come vi siano differenze anche importanti fra gli stati in merito alla conformità della carta al contatto con alimenti.
La Germania, ad esempio, autorizza l’utilizzo di carta e cartone di riciclo previa verifica della conformità per tutti i tipi di alimenti con limitate eccezioni (carte per cucinare, carte per cottura in forno).
La Francia segue un profilo simile alla Germania, ma impone una limitazione sulle carte da filtro a caldo e cottura.
In Italia tali condizioni di utilizzo non sono ammesse.
In mancanza di un quadro legislativo unificato a livello Europeo, alcune associazioni di categoria si sono mosse negli anni, stabilendo specifiche linee guida che possano quindi essere utilizzate come atti ufficiali in assenza di una normativa maggiormente autorevole.
È il caso delle “Linee Guida per la valutazione dell’idoneità al contatto con alimenti del packaging realizzato con materiale proveniente da riciclo”, pubblicate dall’Istituto Italiano Imballaggio con il contributo di Assocarta, Comieco e alcuni laboratori.
È seguito un documento tecnico del Consiglio Europeo sulla Carta e Cartone (COE), la “Resolution Resap on paper and board materials and articles intended to be in contact with foodstuffs”.
Ancora, e non ultimo, nel 2012 il CEPI ha pubblicato le “Linee Guida per la conformità di carta e cartone a contatto con alimenti” sui metodi di analisi.
È, infine, di recente pubblicazione uno studio specifico da parte della BEUC, l’associazione europea dei consumatori che riunisce più di 40 associazioni nazionali, il “More than a paper tiger” (più di una tigre di carta). Lo studio ha lo scopo di individuare potenziali criticità sull’impiego di carta a fronte dell’uscita di scena dalla plastica dal 2021 e riporta i risultati analitici su 76 articoli di carta alimentare dichiarata idonea al contatto alimentare.
Fra gli articoli sottoposti a test troviamo: cannucce, tovaglioli, sacchetti per il pane, tazze da caffè, bicchieri, piatti, imballaggi per alimenti secchi.
I risultati analitici però hanno mostrato un quadro preoccupante per quanto riguarda la sicurezza alimentare: nel 17% dei campioni esaminati è stata riscontrata la presenza di ammine aromatiche primarie e fotoiniziatori come il benzofenone. Di questi campioni ben 9 presentavano livelli di ammine aromatiche superiori ai limiti ammessi per dichiarare il prodotto idoneo al contatto con l’alimento.
La presenza di fotoiniziatori è invece correlabile all’utilizzo in fase di produzione di inchiostri da stampa: solo cinque campioni non hanno dimostrato la loro presenza.
Su 50 campioni dei 76 analizzati sono stati riscontrati livelli di migrazione eccedenti rispetto ai limiti previsti dall’ordinanza svizzera (600 µg/kg di alimento per il benzofenone e 10 µg/kg di alimento per sostanze non contemplate nella legge svizzera).
I risultati del “More than a paper tiger” sono stati comparati con altrettanti studi, ad esempio quello eseguito nel 2016 dal JRC (Joint Research Centre) della Commissione europea sul contenuto di ammine aromatiche primarie in tovaglioli di carta colorata, oppure dal BfR, l’Istituto di valutazione del rischio tedesco.
In linea generale, questi risultati confermerebbero che la carta ed il cartone stampato presentano rischi elevati per la sicurezza alimentare e il loro utilizzo come materiali ed oggetti idonei al contatto alimentare è tutt’altro che assicurato.
Le criticità maggiori sono riscontate nella carta e legate soprattutto alla presenza di inchiostri da stampa per gli imballi alimentari.
L’assenza di una chiara legislazione armonizzata a livello Europeo rappresenta a oggi l’elemento debole di questo settore.
Lasciare la plastica, quindi, potrebbe essere quindi un passo rischioso seppur doveroso.
Mentre, infatti, la plastica gode di un quadro regolatorio chiaro e fondato su studi decennali sull’impatto verso la salute, i nuovi materiali basati sulla carta e cartone mancano di una chiara valutazione dei rischi nonché di limiti armonizzati a livello UE.
Se la sostituzione della plastica è davvero la via migliore in termini di tutele dall’ecosistema, forse la soluzione potrebbe trovarsi su una dilazione temporale maggiore, cosicché si possa tutelare oltre che l’ambiente anche il consumatore.

 

Nuove misure per l’utilizzo dei materiali plastici

I fronti su cui saranno chiamati gli operatori economici”

• NOTIZIARIO TORREFATTORI, febbraio 2019, autore Marco Valerio Francone • 

Il problema dei materiali plastici e del loro smaltimento rappresenta ormai un argomento globale e di forte interesse soprattutto in merito al suo impatto verso l’ambiente.
Il Parlamento Europeo si è riunito il 24 ottobre 2018 per decidere sul destino di alcuni degli oggetti in plastica di comune utilizzo, al fine di limitarne l’utilizzo e garantire quindi una progressiva riduzione come oggetti di consumo.
La Commissione sta valutando infatti le misure necessarie e più efficaci per la riduzione dell’impatto ambientale e la salvaguardia dell’ambiente. I dati, infatti, dimostrano che circa l’80-85% dei rifiuti soprattutto marini è causato dall’abbandono e il deposito nei mari e sulle spiagge di materie plastiche, di cui il 50% è rappresentato dagli oggetti in plastica monouso e il 27% dagli articoli per la pesca persi, abbandonati o buttati.
I materiali in plastica monouso in genere hanno un impatto fortemente negativo sull’ambiente, a causa del breve ciclo di vita. La Commissione ha evidenziato, inoltre, come la presenza di questi materiali impatti non solo sull’ambiente, ma anche sul benessere di molti animali (pesci, uccelli, balene, tartarughe, ecc.) e sulla catena alimentare umana, attraverso l’ingestione dei residui da parte dei pesci e dei molluschi.

Gli obiettivi per il 2021

Al fine di concentrare gli sforzi laddove necessario, la Commissione ha emanato un accordo che porrà entro il 2021 il progressivo divieto di commercializzazione negli stati membri, di taluni oggetti di plastica monouso maggiormente utilizzati. Alcuni di questi sono stati identificati, ovvero: piatti, posate, cannucce, bastoncini per palloncini o cotton-fioc di plastica monouso.
Questi materiali e oggetti anche destinati al contatto alimentare (MOCA) dovranno essere sostituiti nell’Unione europea con prodotti costituiti da materiali più sostenibili. All’interno dell’elenco dei prodotti, inoltre, ritroviamo anche contenitori per alimenti in polistirolo espanso, nonché tutti i prodotti oxo-degradabili, ossia i materiali plastici (PE, PP, PS, PET), additivati di sostanze che le rendono rapidamente frammentabili in piccolissimi pezzi sotto l’effetto del calore e della luce UV, i quali risultano i maggiori responsabili della presenza di microplastiche negli oceani. Rientrano in queste categorie anche i sacchetti per frutta e verdura dei supermercati, contenitori per cibo da asporto in polistirene espanso e sacchetti di plastica in materiale ultraleggero, con l’esclusione dei soli prodotti che hanno una funzione igienica.

Sul fronte della produzione

Viene direttamente richiesto ai produttori di ridurre l’utilizzo di microplastiche per la composizione di prodotti di vari settori, quali pneumatici e i tessuti sintetici, che contribuiscono per il 63% delle microplastiche che finiscono direttamente nei mari.
Per i prodotti composti da materiali plastici per i quali non esiste attualmente alcuna composizione alternativa valida, la Commissione ha richiesto che vengano applicate tutte le misure possibili per trovare alternative valide e sostenibili.
L’accordo riguarda anche altri prodotti, quali ad esempio le tazze per le bevande, compresi i coperchi, i contenitori per alimenti immediatamente consumati (es. fast-food, insalate pronte, prodotti di gastronomia monoporzione), i contenitori di frutta e verdura e quelli dei gelati, i filtri di sigarette contenenti plastiche e le attrezzature per la pesca.
L’obiettivo primario è tuttavia l’applicazione di tutte le misure possibili per la raccolta e il riciclo dei materiali plastici. Ad esempio, una delle misure disposte è la raccolta separata delle bottiglie comunemente acquistate, con l’obiettivo di riciclarne fino al 90% entro il 2025, nonché l’autorizzazione all’immissione sul mercato solo se fabbricate con almeno il 35% di materiale riciclato e sono riciclabili.

I costi di smaltimento e ricliclaggio

Anche i costi di smaltimento e riciclaggio sono oggetto di attenzione da parte della Commissione in quanto i regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) sono in linea con il principio “chi inquina paga”, un obbligo stabilito dal trattato sul funzionamento dell’Unione europea (articolo 191, paragrafo 2, del TFUE). I sistemi EPR sono già ben consolidati per il packaging, dove i produttori accettano di contribuire. Con la nuova legislazione UE sui rifiuti del maggio 2018, l’EPR è obbligatorio per tutti gli imballaggi. Questi schemi EPR includeranno costi di pulizia della spazzatura proporzionali alla tipologia di oggetto in plastica e del suo utilizzo.
La proposta legislativa di oggi prevede che i produttori di articoli in plastica più sporchi debbano coprire i costi di risanamento. Questi produttori hanno la responsabilità di contribuire ai costi di pulizia e riciclaggio, poiché contribuiscono al problema a monte con i loro metodi di produzione. Attualmente, i costi del deposito di oggetti in plastica monouso sono sostenuti dal settore pubblico – in ultima analisi dai contribuenti – ma anche da altri attori privati come le industrie del turismo e della pesca che sono fortemente colpite dai rifiuti marini. Tali costi saranno oggetto di una ri proporzione anche fra i produttori stessi.
L’attuazione di questa proposta si concentra quindi soprattutto sulla riduzione dei rifiuti di oltre la metà, evitando danni ambientali che altrimenti costerebbero 22 miliardi di euro entro il 2030. Eviterà inoltre l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente entro il 2030.

Incentivi

Poiché gli incentivi economici sono in grado di influenzare la scelta dei consumatori, la direttiva li propone come strumento efficace per incoraggiare o scoraggiare abitudini di consumo specifiche. Al fine di prevenire lo smaltimento scorretto dei rifiuti contenenti plastica, uno dei punti di maggior rilievo della Commissione è l’informazione e la sensibilizzazione diretta dei consumatori sulle opzioni di smaltimento dei rifiuti più appropriate, sulle migliori pratiche in materia di smaltimento, nonché rendere consapevole il consumatore dell’impatto ambientale derivante da un’errata gestione dei rifiuti e del contenuto di plastica in determinati prodotti monouso.
Informare sugli imballaggi
Dovranno essere riportate alcune informazioni su ciascun imballaggio di vendita dei prodotti in plastica monouso (quali tazze per bevande, pacchetti, incarti di materiale flessibile per il consumo immediato e i filtri delle sigarette) che informi i consumatori di quanto segue:

  • adeguate opzioni di smaltimento dei rifiuti per il prodotto e / o i mezzi di smaltimento dei rifiuti da evitare per quel prodotto;
  • gli impatti ambientali negativi dei rifiuti o di altri rifiuti inappropriati dei prodotti;
  • presenza di materie plastiche nel prodotto;
  • presenza nel prodotto di sostanze chimiche pericolose, quali metalli pericolosi, ftalati, PFAS, bisfenoli, nonché interferenti endocrini e altre sostanze pericolose.

Questo accordo emanato dalla Commissione sancisce l’impegno nel perseguire una politica di rispetto e tutela dell’ambiente che, molto probabilmente, produrrà testi di legge armonizzati su base cogente, al quale ogni operatore economico potrà affiancare, già da subito, attestati volontari di impegni verso una propria politica di abbassamento dell’impatto ambientale, sia in termini di processi produttivi che di prodotti stessi.

Plastica: verso nuovi modelli più sostenibili

“La presa di posizione UE e dell’associazione di Confindustria, Assobibe”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, ottobre 2018, autore Luca Saviano • 

L’Unione europea dichiara guerra alla plastica, nel tentativo di ridurre drasticamente il suo impiego nella produzione di articoli destinati al singolo utilizzo. Lo fa attraverso una proposta di direttiva che è stata adottata lo scorso 28 maggio dalla Commissione che ha sede a Bruxelles, in attesa che venga presa in esame da parte del Parlamento di Strasburgo.
Il progetto di direttiva “Sup-Single use plastics” nasce da un presupposto, che è diventato l’incipit dell’intera proposta: “il modello attuale di produzioni e consumi non è più sostenibile”.
La relativamente alta funzionalità della plastica, abbinata al basso costo della stessa, ha fatto sì che il materiale sia sempre più diffuso nella vita quotidiana.
Il suo crescente utilizzo in applicazioni di breve durata che non sono progettate per il riutilizzo o il riciclaggio sottintendono che i relativi modelli di produzione e consumo sono diventati inefficienti. L’economia circolare è invece il paradigma necessario verso il quale orientarsi, prima che esseri umani e animali anneghino in un mare magnum di plastiche e microplastiche. Nel mondo, infatti, le materie plastiche rappresentano l’85% dei rifiuti marini. Sotto forma di microplastica sono presenti anche nell’aria, nell’acqua e nel cibo e raggiungono perciò i nostri polmoni e le nostre tavole, con effetti sulla salute ancora sconosciuti. Affrontare il problema della plastica è una necessità, che può dischiudere nuove opportunità di innovazione, competitività e occupazione.
La direttiva, in estrema sintesi, prevede che venga bandita la commercializzazione di piatti e posate in plastica monouso, ma anche di cannucce e bastoncini di cotone, e che venga radicalmente ridotto l’impiego di imballaggi plastici “single use” per alimenti e bevande, gli stessi che vengono ampiamente utilizzati nei fast food o nei take-away.
I produttori di confezioni e involucri flessibili destinati, ad esempio, al consumo immediato di alimenti, saranno chiamati a coprire i costi di gestione e bonifica dei rifiuti, nonché a prevedere delle misure di sensibilizzazione in materia ambientale. Il richiamo dell’Unione europea non sembra essere caduto nel vuoto, dal momento che molte associazioni nazionali e internazionali che rappresentano il settore degli imballaggi di plastica hanno riconosciuto la problematica ambientale, connessa all’utilizzo della plastica, e si sono impegnate a trovare delle soluzioni a riguardo. Fra queste, l’italiana Assobibe, l’associazione di Confindustria che riunisce gli industriali delle bevande analcoliche, la quale ha reso noto di voler “facilitare un impatto sempre più sostenibile dei propri imballaggi in plastica”, impegnandosi a utilizzare, entro il 2025, bottiglie, tappi ed etichette riciclabili al 100%. Per quanto riguarda le bottiglie in Pet-polietilentereftalato, invece, l’impegno di Assobibe, assieme alla “gemella” europea Unesda, è quello di utilizzare entro il 2025 il 25% di plastica riciclata, migliorando al contempo la raccolta dei contenitori in plastica, rafforzando la collaborazione con i soggetti coinvolti nella raccolta dei rifiuti da imballaggi e riutilizzando gli imballaggi in plastica, incluse le bottiglie, dove questa soluzione possa offrire particolari benefici a livello ambientale ed economico.
Assobibe, in una nota, sottolinea che “passi significativi sono già stati compiuti dalle aziende italiane per rendere gli imballaggi più sostenibili e per ridurre l’impronta di carbonio sull’ambiente (carbon footprint) attraverso diverse soluzioni, tra cui la riduzione di materie prime utilizzate, l’aumento dell’uso di materiali riciclati e l’eliminazione di barriere tecniche per la riciclabilità”.
L’ambiente ringrazia.