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Archive for month: Maggio, 2018

Caffè Espresso Italiano Tradizionale

“Approvato il Disciplinare per offrire qualità e tradizione al consumatore”

• Treviso, 24 maggio 2018 •

Il Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale, il Comitato Italiano del Caffè e l’INEI nei giorni scorsi hanno definito il Disciplinare del caffè espresso italiano tradizionale che detta le buone regole per ottenere la massima qualità di un espresso italiano tradizionale preparato nei bar o nelle caffetterie e che andrà ad integrare il Dossier alla Commissione Italiana Unesco per la candidatura a patrimonio immateriale dell’umanità.

Giorgio Caballini di Sassoferrato, Presidente del Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale ci tiene a precisare che: “È stato un lavoro costruttivo che ha visto per la prima volta impegnate insieme importanti realtà del mondo del caffè per raggiungere un obiettivo condiviso al fine di offrire qualità e tradizione alla grande maggioranza dei cittadini italiani che considerano il caffè espresso italiano tradizionale parte integrante del loro patrimonio e identità nazionale. Un esempio per tutto il sistema Paese a difesa della nostra identità Culturale e del tessuto economico. Ringrazio il Presidente Cerutti che ha creduto in questo progetto e tutti coloro che hanno contribuito alla sua realizzazione”.

Il documento è disponibile sul sito del Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale al seguente link: www.espressoitalianotradizionale

Per ulteriori informazioni:

Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale
Via Venzone n. 12 – Treviso
Tel. 0422/916416
e-mail: consorzio@espressoitalianotradizionale.it

 

Certificazione MOCA: esiste davvero?

“I paletti normativi e come dimostrare la propria conformità”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, giugno 2018, autore Marco Valerio Francone • 

La certificazione MOCA viene sempre maggiormente nominata nel settore degli imballaggi ad uso alimentare o M.O.C.A., ma la certificazione MOCA che cosa è in realtà e soprattutto esiste davvero?
In questo articolo proveremo a fare chiarezza sull’importante tema degli imballaggi alimentari e delle loro caratteristiche in termini di sicurezza igienico-sanitaria e caratteristiche chimico-fisiche.
Per maggiori informazioni, invitiamo a consultare il portale
www.consulenza-qualita.com

 

Il settore alimentare e soprattutto le aziende produttrici di alimenti sono ormai consapevoli dell’importanza degli imballaggi ad uso alimentare o MOCA.
Gli imballaggi ad uso alimentare sono infatti uno degli elementi che determinano in modo significativo la shelf life dell’alimento lungo il suo percorso distributivo e di vendita.

Cosa sono i MOCA

La volontà e la necessità di operare in conformità rispetto alla normativa cogente sui materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti, rappresenta un’esigenza primaria sia per i produttori diretti che per i trasformatori e/o utilizzatori.
La tendenza però è quella di considerare i MOCA solo come elemento di packaging del prodotto, trascurando invece tutte quelle componenti che servono per realizzarlo. Nei MOCA infatti ricadono anche e soprattutto i macchinari e le apparecchiature per la lavorazione, la preparazione, la conservazione e la somministrazione degli alimenti. Se analizziamo le bevande anche silos, cisterne, serbatori non dimenticando l’ultima fase di distribuzione, automatica in questo caso, che sono le macchine da caffè, le vending machine, ecc.
Anche i materiali necessari alla distribuzione o alla vendita di acqua per il consumo umano dopo il punto di erogazione sono da considerarsi MOCA come, ad esempio se pensiamo al caffè, i raccordi fra rete idrica e impianto di produzione del caffè (la macchina del caffè stessa).
Tuttavia se parliamo del concetto di compliance normativa non sempre si ha la corretta conoscenza sulla normativa sui MOCA sia essa cogente che volontaria.

La conformità dei MOCA rispetto alla propria posizione nella filiera

Per comprendere il settore delle compliance normativa relativa ai materiali e oggetti destinati al contatto con gli alimenti, è utile fare una prima distinzione fra “certificazione” e “ispezione”.
Una certificazione – fonte ACCREADIA – è un processo che mira a definire, sulla base di una specifica tecnica, che tutte le caratteristiche siano assicurate (certificate). Si tratta quindi di percorso fatto verso uno specifico prodotto o servizio.
Si parla invece di ispezione – fonte ACCREADIA – quando vogliamo definire un esame di un progetto di un prodotto, servizio, processo, impianto, e determinazione della loro conformità a requisiti specifici o, sulla base di un giudizio professionale, a requisiti di carattere generale.
A seguito di queste definizioni e facendo le dovute ricerche nel campo delle certificazioni per materiali e oggetti a contatto con gli alimenti, non troviamo nessun riscontro ufficiale e/o accreditato. Di fatto, quindi, non esiste una “certificazione MOCA” se non su base volontaria. Possiamo però adoperare un approccio “ispettivo” che dimostri che il MOCA sia conforme alla propria filiera e alle norme che questa prescrive.

Le norme che regolano il settore

Possiamo distinguere due macro categorie di normative che interessano sia verticalmente che trasversalmente il settore degli imballaggi a contatto con gli alimenti.
Come di consueto la priorità è dettata dalla normativa cogente, ovvero quella direttamente applicabile al settore e che è l’oggetto delle ispezioni da parte degli OdC ufficiali. Le normative MOCA ai quali gli operatori sono tenuti ad ottemperare sono sia di carattere comunitario che nazionale, senza tralasciare nel caso di vendita verso paesi extra UE, anche delle normative applicabili al paese destinatario.

Le principali norme che regolano il settore MOCA nell’Unione Europea sono quindi:

Regolamento CE 852/2004 (capitolo X) del 29 aprile 2004 riguardante l’igiene degli alimenti;

Regolamento CE 1935/2004 del 27 ottobre 2004 riguardante i materiali e gli oggetti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari;

Regolamento CE 2023/2006 del 22 dicembre 2006 sulle buone pratiche di fabbricazione dei materiali e degli oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari;

D.P.R. 777/82 del 23 agosto 1982 relativo ai materiali e agli oggetti destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari;

D.M. 21 marzo 1973 Disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari o con sostanze d’uso personale;

Direttiva 2006/42/CE (allegato I) del 17 maggio 2006 relativa alle macchine. 

In merito poi alle plastiche si citano fra le più importanti:

Regolamento UE 10/2011 del 14 gennaio 2011 riguardante i materiali e gli oggetti di materia plastica destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari;

Regolamento UE 1895/2005 del 18 novembre 2005 relativo alla restrizione dell’uso di alcuni derivati epossidici in materiali e oggetti destinati a entrare in contatto con prodotti alimentari;

Regolamento UE 282/2008 del 27 marzo 2008 relativo ai materiali e agli oggetti di plastica riciclata destinati al contatto con gli alimenti e che modifica il regolamento (CE) n. 2023/2006;

Regolamento CE 450/2009 del 29 maggio 2009 concernente i materiali attivi e intelligenti destinati a venire in contatto con gli alimenti;

Regolamento UE 1282/2011 del 28 novembre 2011 modifiche al regolamento (UE) n. 10/2011.

In questa sede non si citeranno altri regolamenti verticali ma è doveroso ricordare che il settore dei materiali e oggetti destinati a venire a contatto con alimenti è esteso anche ai materiali in carta e cartone, cellulosa, ceramica, vetro, gomma, acciai e materiali metallici, quali anche e soprattutto le macchine e linee dove il prodotto viene a contatto, legno e fibre di tessuto.
La conformità dei materiali a venire a contatto con gli alimenti è quindi un percorso che si basa principalmente sulla conoscenza della norma cogente applicata al proprio e prodotto e processo, e sull’analisi dei pericoli interno effettuato sulla logica del sistema HACCP (definizione della GMP – Good Manufacturing Practices – secondo il Regolamento CE 2023/2006).
A corredo delle normative cogenti sia generali che verticali, nascono gli standard privati e le certificazioni volontarie. Queste norme che si inseriscono in un contesto di volontarierà sono spesso ottenute dalle aziende che producono o commercializzano MOCA, al fine di tutelare la GDO e/o innalzare il valore personale percepito dal mercato.

Fra le più conosciute e richieste troviamo:

  • Certificazione BRC Packaging 
  • Certificazione IFS Packsecure 1.1
  • Standard Auditone
  • FSSC 22000

L’insieme di questi regolamenti sia cogenti che volontari portano a dichiarare che i materiali e gli oggetti destinati al contatto con alimenti e realizzati dall’aziende in oggetto, sono CONFORMI alle norme e agli standard considerati.
Se analizziamo la normativa cogente la conformità si traduce nel rilascio della dichiarazione di conformità di cui all’allegato IV del Regolamento UE 10/2001, che deve essere specifica per materiale (e lotto) e che deve essere supportata da analisi di conferma, ovvero il rispetto dei limiti di migrazione globale e specifica, se applicabili, calcolati in specifici condizioni di prova e con simulanti appropriati.
Nel caso invece degli standard privati, il rispetto dei requisiti della norma viene sancito dal rilascio da parte di un ente terzo accreditato, del certificato di conformità che potrà essere utilizzato come strumento commerciale. 

Come dimostrare la conformità dei propri MOCA 

La capacità di una azienda, sia essa un produttore diretto che un utilizzatore o distributore, si basa su 4 canoni normativi principali:

1. Obbligo di disporre e operare nel rispetto dei sistemi di assicurazione della qualità e della sicurezza del prodotto, al fine di tutelale il consumatore e garantirne la salute;

2. Redigere, disporre e fornire le dichiarazioni di conformità dei materiali e oggetti destinati al contatto alimentare, lungo la filiera;

3. Mantenere attivo ed in piena efficienza un sistema di rintracciabilità e tracciabilità dei MOCA e dei loro componenti, mediante una loro corretta identificazione ed etichettatura, al fine di assicurare sempre la possibilità di comunicare eventuali allerte e/o problematiche lungo la filiera; 

4. Disporre in ogni momento e con sistemi efficaci, di tutta la documentazione attestante il rispetto della normativa cogente relativa ai MOCA.

L’UE approva le nuove norme sul “bio”: cosa cambierà (anche per il caffè)

“Nella GDO il macinato bio schizza a +22.3%. Parla Roberto Pinton, FederBio”

 NOTIZIARIO TORREFATTORI, giugno 2018, autore Susanna de Mottoni • 

È di metà aprile il via libera del Parlamento Europeo alle nuove norme UE sul biologico: una volta approvate anche dal Consiglio Europeo, potranno diventar effettive dal 1 gennaio 2021.
L’obiettivo è triplice: aumentare la produzione biologica nell’UE, evitare la contaminazione da pesticidi chimici o fertilizzanti sintetici e, infine, garantire l’alta qualità dei prodotti biologici.
Una finalità, quest’ultima, che riguarda anche il caffè dal momento che tutti i prodotti importati da paesi extra UE dovranno rispettare gli standard dell’UE: le attuali norme in materia di “equivalenza”, che impongono ai paesi terzi di conformarsi a norme simili ma non identiche, saranno infatti eliminate entro cinque anni dall’entrata in vigore.
Si tratta di un provvedimento accolto con un ampio dibattito, non esente a critiche, sul quale abbiamo sentito Roberto Pinton, segretario della sezione trasformatori e distributori di FederBio.

Come valuta le nuove norme europee, approvate con il voto contrario degli eurodeputati italiani?
Il testo approvato ad aprile dal Parlamento europeo non è certamente la miglior sintesi a cui si potesse arrivare, ma è di gran lunga migliore del testo proposto inizialmente quattro anni fa dalla Commissione. Sul testo si era raggiunta a fatica l’intesa di massima nell’ambito del trilogo Parlamento Europeo – Commissione – Consiglio ed era ovvio che l’aula non avrebbe proposto modifiche, per non mettere a rischio l’equilibrio che si era raggiunto. Si è arrivati alla sintesi per sfinimento e, in genere, questo non garantisce il miglior regolamento possibile. Ma chi ha vociato contro il testo e ha ventilato scenari foschi o non l’ha letto o ha secondi fini.

Può chiarire quali erano gli aspetti contestati?
Uno dei punti più contestati riguarda la possibilità di coltivare fuori terra. Non si tratta di coltura idroponica, ma di colture in vaso o in cassoni di terra coltivate in serra. Presentata dai detrattori come la fine del legame della produzione biologica col suolo, in realtà riguarda 20 ettari scarsi che già i ministeri di Danimarca, Svezia e Norvegia avevano autorizzato nei loro territori. Non potrà essere autorizzato un solo metro quadrato in più. Un altro degli aspetti che non ci piace è che, dopo tre anni di ispezioni senza trovare nessuna criticità, la cadenza delle ispezioni alle aziende agricole possa diventare biennale anziché annuale. Per un verso il concetto è comprensibile e condivisibile: non ha senso concentrare l’attività di vigilanza su aziende che hanno sempre dimostrato l’assoluto rispetto della norma (con un’ispezione biennale si dimezzerebbero i costi di controllo e certificazione delle aziende virtuose, diventa una sorta di premio), ed è più opportuno concentrare la pressione su chi ha dimostrato di non riuscire ad allinearsi alla perfezione ai requisiti richiesti, ma avremmo preferito che la frequenza delle ispezioni rimanesse annuale, per l’esigenza di verificare il puntale adeguamento degli operatori a un quadro normativo in continua evoluzione.

Un altro punto dibattuto riguarda le soglie sulle contaminazioni…
Si è molto vociato sull’impossibilità di concordare una soglia unica europea sulle contaminazioni accidentali e tecnicamente inevitabili. In Italia dal 2009 un D.M. che fissa la soglia di 0,01 ppm (che equivale a 1 grammo di sostanza su 100 tonnellate di prodotto), ed è la stessa stabilita per gli alimenti per l’infanzia: la norma prende atto che taluni antiparassitari contaminano l’ambiente e i loro residui possono essere comunque nei prodotti coltivati senza che nessuno li abbia utilizzati: è contaminazione di fondo (di cui il responsabile non è il produttore biologico, ma qualche generazione di coltivatori convenzionali…), contro la quale non si può far nulla. Era opportuna una soglia uniforme, rendendo uniformi gli investimenti delle aziende per mettersi in sicurezza (distanze dai confini, piantumazioni di siepi, analisi, eccetera) ma se avere la soglia più bassa d’Europa comporta maggiori costi, può anche tradursi in un grande vantaggio competitivo sul mercato, tutto sta a vedere come ce la giocheremo. Un’industria europea del baby food privilegerà fornitori italiani, che sono da anni allineati alle sue particolari esigenze di qualità e sicurezza.
L’aspetto curioso è che i commenti più accorati, quelli da autentici “puristi”, sono arrivati dal mondo dell’agricoltura convenzionale, che indicando il nuovo regolamento come un arretramento e tende ad accreditare la produzione convenzionale (quella che inquina le nostre falde superficiali e profonde, quella che garantisce prodotti con residui di pesticidi) come più “verde” e naturale. Fake news colossali…

Caffè, prodotto non coltivato in Italia: il caffè bio sta seguendo il trend di crescita degli altri prodotti biologici?
Il valore è ancora assai contenuto. Nel 2017 in GDO siamo stati intorno ai 4 milioni e mezzo, eravamo di poco superiori allo 0,5% del mercato del macinato e tra lo 0,2 e lo 0,3% per decaffeinato e solubile. Ma va considerato che per la categoria più significativa, che è quella del macinato, il trend di crescita rispetto al 2016 è stato del 22.3% (non mette conto considerare l’incredibile +341% del prodotto grani, dato che il valore di partenza era estremamente basso). Venendo ai surrogati del caffè, in GDO nel 2017 pesavano per 2,6 milioni, anch’essi in crescita con un analogo trend del 21.6%. Oltre alla GDO, naturalmente, vanno considerati il canale dei punti vendita specializzati (oltre 1.200 esercizi che trattano solo prodotti biologici), il food service (abbiamo circa 400 ristoranti biologici, ma qualche referenza biologico è proposta anche negli esercizi mainstream) e l’export. I numeri dicono che quando le catene inseriscono in assortimento referenze biologiche, queste cominciano a girare naturalmente, anche senza particolari promozioni che non siano una banale segnalazione con stopper o altro.

In che modo la nuova normativa potrà incidere anche sul caffè bio?
Non in modo sostanziale. Il regolamento vigente concede la qualifica di biologici ai prodotti ottenuti (anche extra UE) in piena conformità alla normativa europea in materia di conduzione dei terreni e di efficacia dei controlli. Ma la concede anche a prodotti per i quali gli aspetti tecnici e i controlli siano anche solo “equivalenti”, dopo opportuna istruttoria. Secondo il novo regolamento, entro 5 anni la semplice “equivalenza” andrà messa in soffitta e si ragionerà soltanto di piena “conformità”. I cambiamenti non saranno rilevanti perché già ora i maggiori player ragionano in chiave di assoluta conformità, non dovranno cambiare nulla.

 

 

 

Roberto Pinton, FederBio

Monografie “GUATEMALA”

MEMBRO ICO codice n. 11 Gruppo “altri dolci”
SPECIE BOTANICHE principalmente Arabica
SACCHI da 69 kg in juta (tara 1 kg)
RACCOLTO da ottobre ad aprile
PORTI DI IMBARCO Santo Tomas de Castilla (Atlantico), Puerto Quetzal (Pacifico)
PRODUZIONE ANNUA* 2017/2018: 3.800 * (x 1000 sacchi, fonte ICO, anno raccolto da ottobre a settembre)


Le prime piante di caffè furono portate in Guatemala dai missionari Gesuiti nel 1750, ma vennero usate solo come piante ornamentali.
La coltivazione iniziò solo un secolo più tardi, quando la principale risorsa agricola del Paese fino a quel momento, l’indaco, venne soppiantata a causa di un attacco di locuste che distrusse una buona parte del raccolto, ma soprattutto dall’introduzione dei coloranti chimici che ne resero la produzione poco conveniente.
A partire dal 1850 il governo cominciò a fornire incentivi economici e sgravi fiscali per sostenere la produzione caffeicola e l’avvento in quegli anni dei vascelli Clipper rese più facile e veloce anche l’esportazione della materia prima; fu una vera e propria rivoluzione. Nel 1859 più di 500.000 piante erano già state introdotte nelle regioni di Antigua, Coban, Fraijanes e San Marcos, e furono esportati ben 400 quintali di caffè in Europa. L’anno seguente le esportazioni furono quasi triplicate superando i 1100 quintali.
L’anno della svolta per il Guatemala fu il 1870, quando il presidente Justo Rufino Barrios introdusse una serie di norme volte a liberalizzare il mercato del caffè, diventando così la principale attività economica del Paese con il 90% sul totale delle esportazioni nel giro di soli 10 anni.
I benefici di queste riforme non coinvolsero però tutta la popolazione. A farne le spese furono perlopiù le popolazioni Maya locali che vennero espropriate dai loro terreni e costrette a lavorarci come schiavi.
Ulteriori riforme da parte del governo resero più facile l’acquisto di terreni da parte degli stranieri, con una conseguente massiccia immigrazione dall’Europa, in particolare dalla Germania.
Fu proprio grazie agli investimenti dei tedeschi che il Guatemala ebbe la possibilità di svilupparsi e modernizzarsi, grazie alla costruzione di strade e infrastrutture che resero possibile il trasporto del caffè dalle zone montuose ai porti di imbarco in tempi decisamente più brevi.
Gli anni che seguirono furono contrassegnati da un inasprimento delle condizioni di vita delle popolazioni locali e l’ampliamento del divario con l’elite dominante. Ne derivò una costante instabilità politica e sociale e numerosi furono i casi in cui si dovette ricorrere all’uso della forza armata per sedare i movimenti di rivolta popolare.
Una tregua fu possibile grazie al primo governo democraticamente eletto di Jacopo Arbenz nel 1950, che cercò di introdurre nuove e più eque riforme agricole. L’opposizione da parte dei grossi proprietari terrieri non tardò ad arrivare ed il governo fu rovesciato nel 1954 da un colpo di Stato col supporto dei servizi segreti americani.
Da quel momento ebbe inizio la più lunga guerra civile nella storia delle Americhe, che terminò solo con gli accordi di pace siglati nel 1996. Ciononostante, le cause principali alla base del conflitto, ovvero povertà, disuguaglianza e razzismo, ancora oggi costituiscono lo scenario politico ed economico del Guatemala, impedendone un reale sviluppo.
Oggi il Guatemala rappresenta l’11° produttore a livello globale con quasi 4 milioni di sacchi di produzione annua distribuiti nelle 8 regioni principali del Paese, ognuna con un suo specifico microclima. Altitudine e terreno vulcanico rappresentano condizioni ideali per la coltivazione di Arabica (su tutte varietà tradizionali come Bourbon, Caturra, Catuai), tuttavia di recente sono molto apprezzati anche i caffè Robusta lavati provenienti dalle zone più pianeggianti ma costituiscono solo il 2% della produzione totale.

 

GUATEMALA HUEHUETENANGO PRESIDIO SLOW FOOD

Il presidio Slow Food, avviato a partire dal 2002 nella regione di Huehuetenango in Guatemala, mira al miglioramento delle condizioni di vita di 200 piccoli produttori, fornendo loro gli strumenti necessari per la produzione di un caffè di qualità. Questo progetto, grazie soprattutto all’eliminazione di figure intermediarie, evita che il guadagno finale venga spalmato e sperequato lungo tutto il canale di produzione, consentendo ai produttori di spuntare un prezzo più alto sul mercato.

LAVORAZIONE: lavato
ZONA DI PRODUZIONE: Huehuetenango
ALTITUDINE: 1600 – 1900 m
VARIETÀ BOTANICHE: Typica, Bourbon e Catuai
CRIVELLO: 17-18
COLORE: verde brillante
TOSTATURA: la City roast ne esalterà le note più dolci e fruttate e ne aumenterà la percezione di acidità citrica, una Full City più spinta invece darà risalto alla corposità farà emregere un’acidità più lattica e tartarica.
TAZZA: molto aromatica e raffinata. Spiccano sentori di caramello e cioccolata e note fruttate che ricordano la marmellata di arance. L’acidità è decisamente marcata e gradevole. Il retrogusto è pulito, secco e molto persistente.

Rubrica a cura di
Alberto Polojac

Import/Export KENYA

 

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